Ore 23.20 di un sabato piovoso. Sono in macchina di ritorno da Bologna. Ovviamente non sono io a guidare. Sono brava e tendenzialmente multitasking, ma non sono invincibile, soprattutto se piove a dirotto. Apro il pc per scrivere di questa esperienza per me, abituata a muovermi tra piume di struzzo e pasties, piuttosto singolare.

Sto tornando da una festa di compleanno particolare, quella del TTT (twitter tips & tricks). Una specie di scioglilingua, per me ancora impraticabile, nonostante in passato abbia superato con successo i 33 trentini e l’orrore del ramarro marrone. Questo scioglilingua nasconde un bel progetto nato un anno fa dall’entusiasmo di ragazze e ragazzi un po’ smanettoni, un po’ sognatori, un po’ geek e con una sanissima voglia di mettersi in gioco. In questa occasione, circondata da gente che comunicava attraverso tweet con le persone che aveva davanti, ho dichiarato pubblicamente di essere un’imbranata digitale, anche con una punta di orgoglio, fa tanto intellettuale vecchi stampo…

Ma che ci faccio io, donna nostalgica che litiga con gli hashtag e ancora non ha ben capito come seguire le discussioni su Twitter, in mezzo a questa gente che parla un linguaggio così strano da farmi rimpiangere le versioni di greco? È che sono una donna un po’ scissa.

La nostalgica che è in me vorrebbe parlare di quanto sia bello scrivere lettere a mano, lasciare su un foglio i segni delle cancellature, leggere nella grafia di una persona che scrive le sue emozioni, le sue incertezze, ma anche quello che ha bevuto o mangiato o fatto mentre stava scrivendo (parla una che ha condito un buon numero di fogli con lacrime e macchie di caffè, ma anche con buon vino).

Ma l’altra, quella che vorrebbe sperimentare mille vite diverse, si tuffa, sprezzante del pericolo, nel mare magnum degli hashtag, cercando ostinatamente di galleggiare.

Il motivo della mia diffidenza verso il web risiede nella sua natura ambigua, che ho in parte sperimentato sulla mia pelle. Può essere uno strumento per vigliacchi che si schermano dietro un nickname per distribuire insulti gratuiti. Ma può essere anche una meravigliosa cassa di risonanza per argomenti che non troverebbero spazio nei media classici, decisamente meno liberi. Gode essenzialmente della mia simpatia per la sua capacità, talvolta mal sfruttata, di esercitare una vera democrazia dal basso.

E’ stato grazie al web che ho goduto di una popolarità inaspettata,  per quanto fugace. Ma è stato anche il luogo virtuale in cui personaggi ributtanti, ma fortunati perché non so dove abitano, si sono serviti per insultarmi in variopinti e svariati modi. È nato proprio allora, ai tempi della ben nota, antica, lap dance in metrò, il mio rapporto di amore e odio con la rete. Mi ricordo la sensazione fisica che mi assaliva quando leggevo certi commenti su di me, non particolarmente gradevoli. Una roba strana che partiva dalla pancia e mi annebbiava il cervello, una cosa che credo sia molto simile a quello che succede a un toro quando vede il colore rosso.

Sensazione che si poteva tradurre in un ”vieni qua a dirmelo in faccia così ti posso serenamente spaccare il muso”.  Insomma, dalla carne alla blogosfera, dalla penna alla tastiera di un pc, il passaggio è stato arduo.

Ma è la rete, baby, mi sono detta. E allora ho cominciato a relativizzare, anche a riderne, con quel pizzico di arroganza strafottente che mi ha salvata spesso nella vita, anche da me stessa. Perché ho capito che in ogni caso, questo mondo “sospeso”, questo vivere così irreale, è negli anni diventato più reale del reale, così tanto da influenzare la realtà stessa. È innegabile, chiunque deve tenere di conto della blogosfera. E così mi sono ritrovata una sera a Bologna in mezzo a dei “sognatori digitali”, che parlavano di “nativi digitali”, nella veste di “imbranata digitale” (mi hanno dedicato pure un hashtag, cosa di cui sono piuttosto orgogliosa) .

E confesso di essermi trovata piuttosto bene. Certo, ho assistito a divertenti siparietti del tipo “ah, ma tu sei pincopallo1! Che piacere! Io sono Allariscossa5, noi ci seguiamo!”Siparietti che mi hanno lasciato un po’ perplessa anche perché io, sprezzante del pericolo, mantengo in ogni social network il mio ingombrante nome e cognome.

Ma mi sono lasciata cullare dall’entusiasmo di questo gruppo di “twitteri”, nome cacofonico che ho imparato recentemente, costituitisi come associazione no profit il giorno del loro primo compleanno. Ho deciso di provare a sguazzare in questo mondo perché i confini tra questo e quello “reale” sono sempre più confusi e l’uno pare non poter più prescindere dall’altro. E io non posso prescindere dal mondo in cui vivo.

Anche perché, fatti due conti, è innegabile che ormai sono anni che ho relegato l’utilizzo della carta e penna a mansioni piuttosto svilenti come la lista della spesa, o alle rare lettere d’amore che scrivo, mie sacche di resistenza romantiche, e che raramente invio.

Quindi occhio, sono un’imbranata digitale, ma non sottovalutatemi. Potrei stupirvi (mi).