Sembrava una scena godereccia e un po’ pruriginosa, da commedia all’italiana.

Lei, un’avvenente barista con generosa scollatura “artificiale”. Lui, un quarantenne piacione, convinto che tutto è lecito se fatto con il sorriso sulle labbra.

La platea plaudente è composta di uomini storditi dal testosterone che ammiccano fra loro alle grazie della fanciulla. Il nostro antieroe vuole fare il simpatico: fa sedere sulle ginocchia la sventurata e le dà una palpatina, così, tanto per valutare il lavoro del chirurgo plastico.

Oltre il danno, la beffa: l’ineffabile tipo conclude con un “Tutto qua? Non è granché” di sufficienza.

Il sorriso sulle labbra gli sarà scemato ieri, quando la Cassazione lo ha condannato a dieci mesi di reclusione per violenza sessuale. L’art.609 bis del codice penale parla chiaro: è da considerarsi violenta ogni atto, compresi quelli

“insidiosi e rapidi, purché ovviamente riguardino zone erogene su persona non consenziente”.

Il problema, più che di violenza, è forse di comunicazione: gli uomini ritengono che da certe scollature o da alcuni ritocchi estetici si possa arguire la voglia di piacere e si sentono in piena innocenza, convinti che le loro avance siano gradite.

Quello che gli uomini non riescono a decrittare del nostro comportamento è che il desiderio di sentirsi belle, ricorrendo alla chirurgia estetica oppure indossando abiti provocanti, non nasconde pulsioni erotiche, non indica propensione ad ogni abboccamento.

Deriva da certe nostre insicurezze, dal gusto del bello, dal piacere di rinnovarsi e non è in nessun modo interpretabile come il lasciapassare per comportamenti equivoci, specie se condotti con la superficialità e la grettezza del protagonista di questa storia.