Le quote rosa negli enti pubblici diventano legge. Con il voto passato alla Camera (349 voti a favore, 25 contrari e 66 astenuti), il testo sulle pari opportunità e pari presenza delle donne nei consigli e nelle giunte, nelle commissioni, in tutte le chance dell’amministrazione pubblica locale è legge dello Stato. Nei comuni sopra i 15 mila abitanti, si potranno fare soltanto liste composte secondo la par condicio.

La nuova normativa sulle quote rosa si basa sulla cosiddetta “doppia preferenza“, che prevede una crocetta per un candidato di sesso maschile e l’altra per un candidato di sesso femminile della stessa lista, e in caso di mancato rispetto della disposizione viene annullata la seconda preferenza (frutto di una petizione le cui motivazioni si possono leggere sul sito Doppiapreferenza.it).

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Questo costringe gli elettori a scegliere sempre due candidati di diverso genere e ponendo il limite di 2/3 di un genere sull’altro, si crea di fatto l’obbligo istituzionale di costituire giunte e consigli comunali e regionali suddivisi equamente tra donne e uomini. Sesa Amici (PD), relatrice della proposta di legge, così ha commentato il voto:

«Si aiuta fortemente il percorso verso la rappresentanza paritaria nelle istituzioni. La presenza delle donne non sarà più un eccezione né una gentile concessione, diventerà la normalità.»

Sulle quote rosa c’è stata dunque una forte conversione dei partiti di entrambi gli schieramenti, convinti dai dati poco rassicuranti sulla rappresentatività femminile negli enti. E ci sono sacrosanti elementi di rappresentanza: ad esempio, in tutti i programmi di comunicazione politica deve essere assicurata la presenza paritaria di candidate/i di entrambi in sessi.

La legge, inoltre, considera anche tutti gli altri aspetti – già ampiamente accettati in altre sedi e approvati in Senato – sulla parità in materia di occupazione e impiego e la parità di accesso agli organi delle società quotate.

Tuttavia, la questione è sempre delicata: da un lato, si ammette che non viviamo in un modo perfetto e si creano delle compensazioni ai retaggi strutturali, economici e culturali che comportano un ritardo delle donne alla linea di partenza; dall’altro, si rischia di mortificare il voto dei cittadini, l’autentica espressione democratica della loro volontà, realizzando una specie di pareggio concordato, che nel linguaggio sportivo si potrebbe definire “combine”, quindi decidendo prima chi arriverà al traguardo.

È una legge giusta, o soltanto una legge necessaria, il male minore? Di certo, per un paese come l’Italia, avere una legge che predispone delle norme paritarie è un passo avanti notevole. Sperando un giorno di non averne più bisogno.

Fonte: Camera