È attualmente in corso di discussione al Senato il decreto legge che mira a introdurre una maggiore partecipazione delle donne nei CdA, già approvato dalla Camera lo scorso dicembre.

Il provvedimento chiede una più equa rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione delle imprese, oltre che nella vita politica e nelle istituzioni pubbliche, allo scopo di sanare un’evidente disparità tra la situazione italiana e quella di altri stati europei.

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Secondo le statistiche della commissione Ue, infatti, l’Italia si trova al terzultimo posto per quanto riguarda il numero di donne presenti nei CdA delle aziende quotate in borsa, davanti solo a Malta, Cipro, Lussemburgo e Portogallo.

Circa l’80% delle donne manager nazionali si è espressa a favore di questa nuova legge, tuttavia ci sono varie sfumature da valutare; una disposizione che imponga una più cospicua partecipazione femminile alla vita dirigenziale è ormai indispensabile, ma sono in molte a sostenere che, forse, sarebbe meglio che questo ingresso si verificasse solo per meritocrazia, come avviene per i colleghi uomini.

Basta pensare che le società italiane con almeno il 20% di donne ai vertici hanno ottenuto una redditività superiore a quelle che presentano una percentuale inferiore di quote rosa, almeno per quanto concerne il triennio tra il 2007 e il 2009.

Sono molte anche le reazioni, e le polemiche, riguardo la richiesta di Confindustria di far slittare il decreto rendendolo attivo solo gradualmente, cosa che andrebbe infatti a prolungare di molti anni il potenziamento della parte femminile nei consigli di amministrazione. Secondo Laura Frati Gucci, presidente nazionale Aidda (Associazione imprenditrici e donne dirigenti d’azienda), questo rallentamento contrasta anche con la realtà italiana, dove circa un quarto delle nuove imprese è fondato da donne.

“Alle donne deve essere riconosciuto il diritto di mettere a disposizione del paese le proprie competenze e professionalità. Abbandonare la legge approvata dalla Camera, sarebbe un segno di assoluta non considerazione delle molte donne che compongono la nostra società e che sono costrette a ruoli marginali”.