Una giovane donna, durante una delle ultime manifestazioni No Tav avvenute in Val di Susa ha baciato il casco di protezione di un poliziotto. Uno scatto ha fermato l’attimo, e nelle ultime 48 ore quell’immagine ha fatto il giro, probabilmente, dell’intero globo, ha scatenato i commenti e le elucubrazioni di giornalisti, intellettuali e via dicendo. Molti in quel momento impresso su carta ci vedono la storia: i più anziani quella che hanno vissuto, ricolma di ribellione, voglia di giustizia, buoni propositi e tanti fiori; i più giovani lo stesso, immaginano quegli anni ’70 letti sui libri, visti nei film, un decennio che sognano per la voglia di ricostruire, pezzo-pezzo, il proprio paese.

Mi sono chiesta cosa ci veda io in quella foto. Non è stato facile a causa delle decine di articoli letti a riguardo che hanno creato soltanto tanta, troppa, confusione.

Inizialmente ho pensato: “Che bello scatto, lei assomiglia ad Angelina Jolie con il nasino dritto e la bocca carnosa. Gli bacia il vetro trasparente del casco, e lui chiude gli occhi, quasi stesse assaporando il bacio di quelle labbra sconosciute. E’ un messaggio d’amore. Un bacio così non può essere altro che un messaggio d’amore”.

Poi ho scoperto che la ragazza non si era limitata solo a un bacio, ma aveva “giocato” con l’agente: lo aveva preso in giro, provocato, istigato in qualche modo alla violenza. Non solo: aveva leccato il suddetto casco, e in molti per questo l’hanno paragonata alla ormai celeberrima cantante Miley Cyrus, anche conosciuta come “colei che limona con i martelli”. Un gesto quindi di violenza, seppur subdola, che ha fatto sì che quella foto iniziasse ad assumere per me sfumature diverse.

C’è un’altra informazione, però, che ho dovuto recepire. La ragazza ha candidamente ammesso: “Non mi sono limitata a baciarlo come si è visto in foto. Gli ho detto delle cose per vedere se reagiva, ma lui è rimasto immobile. Era grottesco“. E poi spiega la sua rabbia ricordando un episodio avvenuto a Pisa nel mese di luglio quando durante una manifestazione la sua amica Marta fu “molestata e picchiata, senza nessuna conseguenza per gli agenti”.

Allora in quella fotografia ho iniziato a vederci la paura di una nazione. La rabbia di un uomo e quella di una donna incapaci di comunicare, incapaci di scambiarsi un bacio vero perché tra loro c’è un casco a bloccarli. Allora forse non è il bacio ad essere un simbolo, ma quel casco: uno strumento utilizzato per difendersi, per schermarsi, per evitare di farsi male. Quella barriera forse riuscirà a farci evitare il dolore, ma non permetterà neppure la possibilità di essere raggiunti da una carezza. Dietro quella barriera continueremo ad avere solo paura, e la paura crea incomunicabilità e non ci permette di essere liberi.