Un vero e proprio successo inatteso: così è stato accolto Re della Terra Selvaggia, opera prima del giovane regista Benh Zeitlin che dalla presentazione al Sundance Film Festival, dove è riuscito ad accaparrarsi il Gran premio della giuria, fino al Festival di Cannes 2012, manifestazione in cui ha vinto la Caméra d’or partecipando nella sezione Un Certain Regard, ha fatto incetta di premi e nomination, tutti meritatissimi. Ultime ma decisamente non meno importanti, le quattro candidature ai premi Oscar 2013, tra cui spiccano quelle per il miglior film, regia e sceneggiatura non originale.

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Se per Zeitlin Re della Terra Selvaggia segna il suo debutto sul grande schermo, lo stesso si può dire per l’attrice principale della pellicola, la bravissima Quvenzhané Wallis che, a soli nove anni e alla prima esperienza cinematografica, riesce a ottenere la pesante candidatura all’Oscar come migliore attrice protagonista, la più giovane in tutta la storia dei premi; al suo fianco, nel ruolo del padre Wink, c’è un altro esordiente: Dwight Henry. Una scelta particolarmente ardita per il regista statunitense, che punta tutto sulla freschezza del cast, nonché sulla notevole Wallis che, nonostante la giovane età, ha tutte le carte in regola per un futuro di tutto rispetto nel mondo del cinema.

La comunità bayou chiamata Bathtub, una terra nel delta della Louisiana, sta per essere invasa dalle acque. È proprio lì che vivono la piccola Hushpuppy (Wallis) e suo padre Wink (Henry), severo ma molto legato alla bimba; nonostante la sua malattia, l’uomo le insegna a sopravvivere gestendo il cibo, gli animali e a costruire giorno dopo giorno un contatto simbiotico con la natura. Ma è l’alzarsi dei livelli dell’oceano a risvegliare alcune terribili creature preistoriche, gli Aurochs, anticipate da catastrofi naturali che mettono a dura prova la vita della popolazione: è allora che Hushpuppy decide di mettersi alla ricerca della mamma.

Ci sono film che, nonostante i grandi budget a disposizione non riescono a coinvolgere e pellicole che, contro ogni previsione, riescono a conquistare intere platee: è proprio questo il caso di Re della Terra Selvaggia, nato come una modesta produzione fatta di poco personale e pellicola in 16 mm e subito dimostratosi il film rivelazione dell’anno. Con una storia fuori dal tempo, densa di immagini e simboli che richiamano alla mente antichi miti e leggende, la pellicola fonde in maniera intelligente concretezza e fantasia, sogno e realtà, il tutto visto e raccontato attraverso gli occhi di Hushpuppy, la splendida Quvenzhné Wallis.

La precarietà dell’esistenza umana diventa poesia nel modo di affrontare le sfide di ogni giorno da parte della piccola protagonista, agevolata dalla capacità istintiva affrontare l’impatto con la macchina da presa, dandone addirittura una nuove chiave di lettura. Gli abitanti della vasca, così è chiamata la porzione di terra rubata alle acque abitata dalla comunità a cui appartiene la famiglia di Hushpuppy, sono lontani anni luce dal caos e dall’arrivismo economico-lavorativo del resto del mondo; è un microcosmo estraneo dal razionalismo che attanaglia il “di fuori”, poiché l’unico interesse è quello nei confronti della natura.

Un vero e proprio esordio al fulmicotone quello del trentenne di Manhattan, passato da sconosciuto a candidato come miglior regista alle statuette più famose del cinema, con un vero e proprio gioiellino che riesce a equilibrare in maniera perfetta uno script dai toni fantastici, chiamando in causa le forze misteriose e al contempo devastanti e la ricerca del rispetto delle forme di vita che la compongono a partire dalle creature più indifese, i bambini. È dalla piccola Hushpuppy e dai cuccioli d’uomo come lei, gli anelli più deboli della comunità, che scatta la scintilla vitale per ritornare alle origini; è solo grazie alla loro purezza, dalla scoperta della consapevolezza delle proprie capacità e dell’importanza del loro atteggiamento nei confronti della natura, se la natura stessa ha ancora speranza nelle “bestie umane” – le stesse bestie tradotte in maniera piuttosto rude dal titolo orginale Beasts of the Southern Wild – e nel suo difficile futuro da affrontare a testa alta ma sempre coscientemente giorno dopo giorno.