Con {#Reality}, {#Matteo Garrone} ritorna sul grande schermo a ben quattro anni dal successo incommensurabile ottenuto con Gomorra; questa volta però, il regista romano cambia totalmente registro affidandosi a una commedia corale dal retrogusto amaro ambientata nei quartieri popolari di Napoli. Niente camorra, né armi o boss ammiccano dalla pellicola che si è accaparrata il Gran Prix della Giuria a Cannes, ma solo sogni e bisogni della società più culturalmente povera, abbagliata dai lustrini della TV e dall’ombra del successo, motore e rovina dell’animo ingenuo del suo protagonista.

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Protagonista di Reality è Aniello Arena, attore della Compagnia dell Fortezza che ha iniziato la sua carriera nella Casa di Reclusione di Volterra nel 2001; al suo fianco, nel ruolo della moglie, c’è invece Loredana Simioli. Nutrita è la rosa dei comprimari scelti da Garrone, capitanati da Nando Paone, una lunga carriera tra teatro e cinema fino agli ultimi successi di Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord insieme a Nunzia Schiano, sempre tra gli interpreti principali delle due pellicole di Luca Miniero.

Luciano (Arena) passa le sue giornate tra la famiglia e la vita in pescheria, insieme al cugino (Paone); per arrotondare il bilancio familiare, si affida ad alcune piccole truffe condotte insieme alla moglie (Simioli). Il suo più grande sogno è però quello di sfondare nel mondo della TV partecipando al {#Grande Fratello}, cogliendo dunque l’opportunità di offrire un futuro migliore ai suoi cari e assecondare finalmente la sua voglia di notorietà. Quando da passione, l’idea di popolarità diventa una vera e propria ossessione, l’uomo inizia a distaccarsi dalla realtà con conseguenze inimmaginabili.

Brillante e lucido nonostante i toni scanzonati, in particolare della prima parte ideale, Reality mostra al pubblico un chiassoso quanto onirico spaccato di vita sullo sfondo di una Napoli dal sapore neorealista, fatto di immagini e situazioni capaci di fondere la difficoltà emotiva del suo protagonista con la crisi dei valori, cancro della società moderna incapace di rinascere da se stessa preferendo, piuttosto, la bugia edulcorata dei falsi miti di successo regalati giorno dopo giorno dal bombardamento mediatico del piccolo schermo.

Sostenuta dalle musiche di Alexandre Desplat, perfettamente in accordo con le atmosfere fiabesche che accompagnano Luciano nel suo viaggio verso l’abisso morale che lo sta rapidamente inglobando, la pellicola di Garrone salta a piè pari le facili accuse con cui additare il mondo dei reality show scegliendo di puntare tutta l’attenzione sul viaggio psicologico del suo protagonista. È proprio quello il vero reality, dai momenti di vita vissuta insieme alla sua chiassosa famiglia che lo spinge verso il grande sogno che potrebbe cambiargli definitivamente la vita, fino alla ricerca del sogno dorato che destinato a non arrivare mai, con una completa quanto inesorabile sovrapposizione delle due realtà che lo spingono a trasportare nella sua quotidianità l’idea di casa dalle pareti di specchi, circondato da immaginarie telecamere pronte a carpirne ogni singolo gesto.

Non c’è più confine tra realtà e finzione, dove tutti riescono a nascondersi dietro a maschere di benessere nonostante la profonda povertà che li circonda, quella materiale descritta dagli abiti da festa delle nozze in apertura subito sostituiti dalle immagini fatiscenti della vita casalinga fino e quella emotiva di chi rischia il tutto per tutto abbandonando una parvenza di sicurezza economica in funzione di un’ipotetica quanto malsana ricchezza. Abbandonati i toni cupi di Gomorra, il regista romano prova a dare una nuova chiave di lettura dell’attualità, senza bissare il successo del suo precedente lavoro ma con la consapevolezza di aver portato sotto i riflettori una piccola-grande verità contemporanea.