In tutta franchezza non credo che il maestro Miyazaki abbia bisogno di eccessive presentazioni, dopo aver prodotto capolavori come “La città incantata”, “Il castello errante di Howl” o la serie animata di “Conan”.

Il grande Miyazaki è figlio di un altro tempo, i suoi cartoni animati sono interamente disegnati a mano, “Il mio amico Totoro” ne è un esempio. Quando uscì al cinema non riscosse un grande successo; ciò che ne consentì il lancio definitivo fu la trovata di un industriale lungimirante che decise di produrre un peluche che avesse le sembianze di “Totoro”, il successo che Miyazaki attendeva nell’immediato, arrivò solo dopo la trovata di mercato, a due anni di distanza dell’uscita del film.

La trama racconta di una creatura custodita nel bosco, in un paese non molto distante da Tokyo, ed è proprio qui che si trasferiranno negli anni cinquanta due sorelle: “Setzuke” e “Nei” a seguito del padre. Le giovani sorelle amano alla follia vivere la campagna, la voglia di esplorare delle ragazze e la loro purezza, le porterà a conoscere “Totoro” che un giorno le dirà:

Non si vede bene che col cuore. L’essenza è invisibile agli occhi.

I colori del film sono una delle cose più riuscite di Miyazaki, in questo lungometraggio pressoché perfetto tutto sembra riuscito. Il film è amato da molti dei cineasti più importanti, il compianto Kurosawa lo amava follemente. Questo è il quarto film del regista giapponese, qui è contenuta poesia allo stato puro, un ringraziamento speciale va alla Lucky Red che ce l’ha riproposto inedito a ventuno anni dalla sua uscita; meglio tardi che mai.