Dopo il referendum sul nucleare, il Governo di Silvio Berlusconi cerca di mettere le mani anche su quello contro la privatizzazione dell’acqua. A voler bloccare la consultazione popolare è il Ministro per lo Sviluppo Paolo Romani, il quale sostiene che per questo tema il Referendum non sia lo strumento più idoneo.

Aveva stupito l’opinione pubblica la decisione del governo di bloccare lo sviluppo delle centrali nucleari, rendendo così inutile il referendum del 12 giugno. Sono bastati pochi giorni, però, per scoprire come il programma nucleare non sia stato affatto abbandonato, ma semplicemente rimandato di qualche mese. La motivazione più plausibile sembrerebbe essere quella di evitare il quorum al referendum, così da scongiurare l’abrogazione del legittimo impedimento per Silvio Berlusconi.

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Il popolo della Rete e l’opinione pubblica, tuttavia, continuano ad essere orientati alla consultazione referendiaria, perché fra i vari quesiti il tema dell’acqua pubblica rimane uno fra i più sentiti. Questo referendum, infatti, potrebbe bloccare il tentativo della maggioranza di privatizzare un bene di tutti come l’acqua che, così facendo, diventerebbe un elemento essenziale dai costi forse proibitivi. Il tentativo di Romani, perciò, non stupisce affatto.

Così come successo per il nucleare, l’interesse ministeriale non sembra essere rivolto all’acqua pubblica in sé, ma sempre all’ormai famoso legittimo impedimento. Il fatto che questo quesito sia stato accorpato a temi di così grande rilevanza tra i cittadini, evidentemente, aumenta la paura del superamento del quorum e, di conseguenza, della possibile eliminazione della norma salva-Berlusconi. Non è un caso, infatti, che gli ultimi sondaggi dimostrino una volontà di partecipazione alle urne prossima al 55%, in netta controtendenza con le ultime occasioni referendiarie della storia recente d’Italia.

Sulla questione è voluto intervenire il WWF, che affida al presidente Stefano Leoni tutto il suo sdegno:

“È un colpo di mano, si vuole togliere la voce ai cittadini: evidentemente c’è chi ritiene che le consultazioni popolari sui temi concreti facciano saltare le decisioni prese da pochi nell’interesse di pochi.”

A queste parole, si aggiungono quelle di Valerio Calzolaio del SEL:

“È l’ennesimo tentativo di scardinare le basi della nostra democrazia, ma la parola ora passerà alla Corte di Cassazione. E va ricordato che abbiamo un sistema legislativo che offre una serie di paletti a protezione del voto popolare. Una volta avviato il processo referendario un’abrogazione delle norme, o attraverso le urne o attraverso un preventivo intervento normativo, ha effetti giuridici abrogativi che durano cinque anni.”

Nel frattempo, non resta che attendere i prossimi giorni per capire cosa, effettivamente, rimarrà del referendum del 12 e del 13 giugno.