Renzo Bossi si è dimesso ieri dal consiglio regionale della Lombardia. La sua sembra un po’ la storia del mozzo che abbandona la nave che affonda, un po’ come è capitato al padre Umberto Bossi, il capitano della nave. L’imbarcazione metaforica in questione è la Lega Nord, sommersa da uno tzunami di polemiche alla luce delle rivelazioni e delle intercettazioni relative ad alcuni suoi esponenti e l’utilizzo che si presume del denaro proveniente da rimborsi elettorali, quindi denaro pubblico.

Se fosse provato che Renzo Bossi e Umberto Bossi sono coinvolti in questa storia, partita dalla difficilissima situazione di Rosy Mauro, della quale pare siano in molti a chiedere la testa nella Lega Nord, l’effetto sulla gente sarebbe quello di chi predica bene ma razzola male.

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La Lega si è sempre posta come paladina di un Nord che non spreca (e non ruba) risorse pubbliche, a differenza di quello che accade, secondo questo partito, da Roma in giù: se le indagini dovessero provare che la famiglia Bossi ha di fatto utilizzato denaro pubblico, quali speranze ci sono per un partito che rischia di fare la fine della Democrazia Cristiana nei primi anni ’90, che andò incontro all’autosoppressione?

Renzo Bossi ha dichiarato le ragioni delle sue dimissioni, ricevendo anche il plauso del padre Umberto, che ha spiegato come il figliolo non si trovasse bene alla Regione Lombardia:

«Senza che nessuno me l’ha chiesto faccio un passo indietro in questo momento di difficoltà, do l’esempio. Sono sereno e ho fiducia nella magistratura, anche se non sono indagato. Spero che la magistratura possa dare delle risposte alle domande che oggi ci si pone. So cosa ho fatto e soprattutto cosa non ho fatto. In consiglio regionale negli ultimi mesi ci sono stati avvenimenti che hanno visto indagate alcune persone. Io non sono indagato, ma credo sia giusto e opportuno fare un passo indietro per il movimento.»

Cosa significhi poi sentirsi insoddisfatti del proprio posto in regione non è dato sapere, ma sembra di volersi opporre al voto popolare: sembra quasi che il Trota, com’è soprannominato canzonatoriamente Renzo Bossi, abbia colto la palla al balzo per andarsene. Non solo, su Bossi junior gravano anche le dichiarazioni a Oggi del suo autista Alessandro Marmello:

«Non ce la faccio più, non voglio continuare a passare soldi al figlio di Umberto Bossi in questo modo: è denaro contante che ritiro dalle casse della Lega a mio nome, sotto la mia responsabilità. Lui incassa e non fa una piega, se lo mette in tasca come fosse la cosa più naturale del mondo. Adesso basta, sono una persona onesta, a questo gioco non ci voglio più stare. Ogni volta che avevo bisogno di soldi per fare benzina, oppure pagare eventuali spese per la manutenzione dell’auto, ma anche per pagare il ristorante quando ci trovavamo, spesso, fuori Milano, potevo andare direttamente all’ufficio cassa alla sede della Lega, in via Bellerio, firmare un documento che non prevedeva giustificazioni particolari e ritirare ogni volta un massimo di mille euro. Anche più volte al mese. Il fatto è che questo denaro mi veniva dato come corrispettivo degli scontrini e delle ricevute che presentavo. E tra queste ricevute molte mi erano state date da Renzo per coprire sue spese personali: poteva essere la farmacia, ristoranti, la benzina per la sua auto, spese varie, cose così. Insomma, quando avevo finito la scorta di denaro andavo in cassa, firmavo e ritiravo. La situazione stava diventando preoccupante e ho cominciato a chiedermi se davvero potevo usare il denaro della Lega per le spese personali di Renzo Bossi. L’ho fatto presente a Belsito, spiegandogli che avevo pensato addirittura di dimettermi. Lui non mi ha dato nessuna spiegazione chiara. Ho cominciato ad avere paura di poter essere coinvolto in conti e in faccende che non mi riguardavano, addirittura di sperpero di denaro pubblico, dal momento che i soldi che prelevavo erano quelli che ritengo fossero ufficialmente destinati al partito per fare politica. Soldi pubblici.»

Intanto si attendono anche le dimissioni di Rosy Mauro, forse anche entro stasera. Sono in molti alla Lega a chiederlo, ma pare che la vicepresidente del Senato non voglia mollare, nonostante sia stata posta sotto indagine. Se si fosse in un altro paese d’Europa, questo sarebbe un gesto dovuto, non qualcosa richiesto espressamente da un partito, né le dimissioni di Umberto e Renzo Bossi sarebbero state salutate come atti di responsabilità, ma come semplici gesti dovuti nei confronti di chi ha accordato loro la propria fiducia attraverso un patto tacito che è il voto nelle urne.

Fonte: L’Unità.