L’Italia possiede un patrimonio edilizio da 4,8 miliardi di euro, ma è obsoleto: in media un edificio ha più di 30 anni di età. Il nostro Paese, in sintesi, ha 10 milioni di unità abitative realizzate tra il 1946 e il 1971 e si pone in testa alla classifica europea per l’epoca di costruzione del patrimonio edilizio.

L’Italia possiede, dunque, uno stock abitativo tra i più vecchi d’Europa, che ha urgente bisogno di interventi di riqualificazione e rigenerazione. A cominciare dal risparmio energetico, dalla riqualificazione delle periferie, dalla manutenzione degli fabbricati vecchi e dalla rigenerazione delle aree dismesse, definendo le opportune priorità.

Secondo Federico Oliva, presidente dell’Inu, solo le trasformazioni urbane, promosse da una legge urbanistica nazionale, potrebbero rigenerare il territorio e il patrimonio esistente. Una legge nazionale potrebbe, ad esempio, fissare il principio del contenimento del consumo del suolo, attuare una politica sostenibile e sostenerla con incentivi fiscali.

I costruttori hanno lanciato di recente il ”Piano città”, che pone al centro il tema della riqualificazione urbana. Ma riqualificare oggi costa molto più che costruire in suolo libero. Solo una fiscalità che favorisca le riqualificazioni per gli oneri di urbanizzazione consentirebbe di rigenerare le numerose aree dismesse delle nostre città. Ed è proprio quello che vuole anche l’Inu: svecchiare il patrimonio edilizio esistente ed obsoleto e promuovere lo sviluppo sostenibile delle nostre città.

Le città producono ricchezza. Secondo Federico Oliva,

”bisogna redistribuire a livello sociale le rendite, non consentire che siano accaparrate privatamente portando i prezzi alle stelle. Un’operazione che rende 100 deve darne 50 alla collettività realizzando opere pubbliche e servizi necessari ai cittadini. Solo in tal modo si riuscirebbe a sopperire anche all’assenza di fondi pubblici”.

La normativa nazionale, comunque, andrebbe ulteriormente potenziata, anche secondo l’Ance. Andrebbero superati l’immobilismo e la burocrazia che fa crescere i costi e i valori delle aree, creando vie di fuga, deroghe e via di seguito. Per l’impossibilità di intervenire sull’esistente si è venuta a creare l’eccessiva crescita degli ultimi anni, secondo l’Ance. Una legge nazionale impedirebbe che questo possa avvenire.