È ormai cosa nota che il 40% del consumo energetico europeo e il 36% delle emissioni annue di CO2 derivano dal settore residenziale.

Gli edifici, infatti, sono altamente energivori anche nel nostro Paese. Infatti le abitazioni italiane, anche quelle realizzate negli ultimi 10 o 15 anni, sono dei veri “colabrodo”, come ha evidenziato una recente indagine termografica compiuta da Legambiente su 200 immobili in 21 città italiane.

Anche l’ENEA conferma che dei circa 32 milioni di abitazioni in Italia solo una percentuale compresa dal 5 al 7% si trova nelle classi energetiche A, B o C, che rappresenta il livello di efficienza minimo consentito per le nuove costruzioni. Ecco perché le case italiane hanno il più alto fabbisogno annuo dell’Unione Europea (180 kWh/mq di energia primaria) con una spesa energetica complessiva di 32 miliardi di euro l’anno.

Le più recenti norme comunitarie e nazionali, per questo motivo, prevedono obbligatorie misure di risparmio energetico negli edifici nuovi e ristrutturati e impongono una procedura di certificazione energetica dell’immobile che ne indichi la classe di efficienza, anche e soprattutto in caso di affitto o compravendita.

Siamo di fronte ad un’emergenza energetica, che impone una rigorosa riduzione dei consumi mediante interventi sugli edifici che consentano di ridurne la domanda energetica. In alcuni casi si tratta di interventi di facile realizzazione e dai costi abbastanza contenuti e per interventi di più vasta portata è possibile beneficiare degli incentivi statali e di altre agevolazioni fiscali mirate allo scopo.