Roman Polanski: A Film Memoir è l’omaggio realizzato da Lauren Bouzereau dedicato alla vita dell’acclamato regista e presentato alla 65ª edizione del Festival del Cinema di Cannes. Dall’infanzia sino ai fatti degli ultimi anni, il documentario ripercorre le tappe più importanti della sua storia, rievocando alcuni dei momenti peculiari come quelli segnati dall’invasione nazista della Polonia e della vita nel ghetto di Cracovia, l’esordio davanti e dietro alla macchina da presa, il brutale omicidio di Sharon Tate e le vicende giudiziarie che l’hanno portato all’esilio in terra d’Europa.

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Registrato durante il soggiorno di Polanski a Gstaad, dove è stato costretto agli arresti domiciliari per molti mesi, il film-docu è un susseguirsi di immagini e parole che racchiudono un’esistenza che ha dell’incredibile; filmati, foto di famiglia e ricordi del regista capace di portare sul grande schermo quelli che sono diventati nel tempo dei veri e propri cult come Rosemary’s Baby, Il Coltello nell’Acqua fino al recente Carnage, si intrecciano alle parole di Roman Polanski che nell’intervista con l’amico di lunga data Bouzereau prova a riassumere in un’ora e mezza quasi ottant’anni di vita vissuta.

Molto viene detto sugli anni cupi del ghetto, gli stessi che hanno ispirato e spinto il regista alla realizzazione de Il Pianista e Oliver Twist solo per citare alcune delle opere più note, e sugli esordi cinematografici travagliati offuscati dalla mano dura del comunismo. È qui che Polanski apre la scatola dei ricordi, portando davanti all’obiettivo di Bouzereau e Andrew Braunsberg, produttore di alcune delle pellicole del regista di Cul-de-Sac, gli orrori e i dolori che hanno poi segnato indelebilmente il suo futuro, diventandone parte integrante e imprescindibile delle sue opere tutte.

C’è anche l’amore spezzato con la moglie Sharon Tate, la giovane attrice in attesa di quello che sarebbe stato il primo figlio del regista, la seconda tragedia compiuta per mano di Charles Manson e dei suoi seguaci subito dopo la pellicola capace di segnare la vera e propria consacrazione nel mondo del cinema: Rosemary’s Baby, uno dei lavori più rappresentativi dell’opera omnia di Roman Polanski. Non c’è un attimo di tregua per lui: infatti, dopo soli pochi anni viene investito dallo scandalo sessuale che tutt’ora continua a segnare la sua vita; arrestato dopo essere stato accusato di violenza su una minorenne, trascorre 42 giorni su 90 richiesti dal giudice nel reparto psichiatrico del carcere di massima sicurezza di Chino, in California.

È il 1977: da quel momento Polanski non rimetterà più piede, almeno per ora, sul suolo a stelle e strisce a causa del mandato di cattura internazionale ancora pendente sulla sua testa dopo la fuga in Europa, attanagliato dal processo mediatico -oltre che giudiziario- che non l’ha mai perso di vista. È tempo anche di momenti felici però: nel 1989 sposa l’attrice Emmanuelle Seigner, protagonista di alcune sue pellicole come Frantic e Luna di Fiele. Arrivano finalmente anche i due figli, Morgane ed Elvis, concedendogli la gioia mai provata della paternità.

Accompagnato dalle note di Alexandre Desplat, Roman Polanski: A Film Memoir non aggiunge né toglie nulla a quanto già detto della vita del regista; se il tono dell’intervista è colloquiale, libero dagli schemi imposti dagli eventi che si sono intrecciati alla sua carriera, è proprio la voce dell’unico attore della sua esistenza che riesce a fare la differenza. Commossa, spezzata, allegra e felice: dopo tante parole spese dagli altri, per una volta sono quelle di Polanski a raccontare fatti e misfatti sul suo stesso protagonista.