Quanto costa la libertà, o per meglio dire, la semi-libertà di un pregiudicato? Ovviamente dipende da chi è, dal reato che ha commesso e dal sistema giudiziario in vigore nel paese in cui viene arrestato.

Se ad essere accusato è un regista famoso e ricco, arrestato in Svizzera per un reato commesso 32 anni fa nell’altra parte del mondo, la cauzione costa all’incirca 4,5 milioni di franchi, circa 3 milioni di euro.

I legali di Roman Polanski cercano di scendere a patti con il tribunale svizzero, in un primo tempo contrario a concedere al regista, attore e sceneggiatore 76enne gli arresti domiciliari presso il suo “chalet” a Gstaad, nel Canton Berna della Svizzera Occidentale. I giudici temono l’ennesima fuga del premio Oscar, ma alla fine il dio denaro potrebbe prevalere su tutti i timori.

Certo è che questa storia sta costando molto cara a Polanski: oltre alle ingenti spese giudiziarie e legali, a farne le spese sono anche la sua dignità e la carriera. Il giorno 8 agosto 1977, il cineasta franco-polacco finì davanti al giudice di Santa Monica e dovette confessare pubblicamente il “rapporto sessuale illegale con l’ausilio di sostanze stupefacenti” ai danni dell’allora tredicenne Samantha Gailey. Per non chiamare a testimoniare in tribunale la ragazza minorenne, accusa e difesa trovarono un compromesso: Polanski, oltre a risarcire la vittima, si sarebbe sottoposto a una perizia psichiatrica con detenzione di tre mesi (commutati poi a 42 giorni) presso la prigione di Chino (California).

Quando Polanski scoprì che nonostante il patteggiamento si sarebbe profilata per lui comunque una carcerazione molto lunga, fuggì il giorno prima della sentenza a Londra e poi a Parigi, per evitare che il Regno Unito concedesse l’estradizione agli USA.

Ma se la vita di un regista non può che essere “da film”, allora quella di Polanski (e delle sue pellicole) si fonda sulla circolarità, ovvero sul reiterarsi di alcuni aneddoti. Fu proprio l’autore di “Rosemary’s Baby” ad annunciare, in una intervista degli anni ’90 (fonte a fondo pagina), la sua predilezione per “l’eterno ritorno”:

Mi piacciono molto le opere dove c’è un inizio, uno sviluppo e un finale in cui si ritorna al punto di partenza.

Polanski al punto di partenza vi è tornato dopo le numerose fughe di cui è stato protagonista nel corso della sua vita: la fuga dal ghetto di Varsavia per sfuggire alla deportazione ad Auschwitz e quella successiva dalla Polonia, sono solo i primi spostamenti forzati in giovane età. Nel 1978 fugge dagli USA per evitare il carcere, poi dal Regno Unito per evitare l’estradizione e infine dal cinema, come testimonia il silenzio artistico lungo sette anni che separa “Tess” (1979) da “Pirati” (1986). L’evasione è un tòpos che l’attore-regista ripropone anche sul grande schermo: i personaggi dei suoi film, infatti, sono molto spesso costretti a scappare (Szpilman ne “Il Pianista”), come lo stesso Polanski attore (vedi finale di “Per favore… non mordermi sul collo”).

Fuga dall’Europa verso gli Stati Uniti e poi viceversa: basterebbe questo per chiudere il cerchio, ma bisogna rispettare il copione fino in fondo, d’altronde si sta parlando di un perfezionista. Bisogna insomma tornare agli albori, alla prigionia del ghetto. È ciò che è successo il 26 settembre scorso con l’arresto in Svizzera su mandato di cattura internazionale emesso dalla giustizia americana (ironia della sorta, proprio il giorno prima era morta Susan Atkins, la principale artefice del macabro omicidio di Sharon Tate, seconda moglie di Polanski).