È finalmente arrivata anche in Italia la tanto discussa pillola abortiva Ru486, ma da noi, contrariamente agli altri paesi europei, non è ancora in uso. Resta facile immaginare quali siano le conseguenze di questa diversità. Esattamente come accade per la necessità contraria, ovvero la fecondazione assistita, molte donne italiane che hanno bisogno di un’interruzione di gravidanza si rivolgono a medici di strutture estere, pagando l’intervento e tornando poi in Italia senza nemmeno un giorno di osservazione, né di ricovero. A rivolgere un appello per far cessare questo fenomeno è l’associazione che tutela la vita e la salute femminile, “Vita di donna”, attraverso le parole della sua presidente, Elisabetta Canitano.

Riceviamo chiamate di donne che vorrebbero interrompere la gravidanza senza doversi sottoporre a un duro intervento chirurgico, ma da noi non è ancora possibile. Così le donne, molte donne, sono costrette a volare in Svizzera e con 600 euro ottengono il trattamento da un medico svizzero. Non è un caso isolato. Anche in Francia, dove il farmaco è disponibile già da tempo, la pillola è prescritta dai medici di base che si coordinano con l’ospedale. Se la donna avverte qualche problema si può rivolgere immediatamente al pronto soccorso.

L’associazione inoltre, dopo aver fatto le dovute verifiche, spiega anche come avviene questo intervento. Basta una email infatti per contattare il medico, il quale a sua volta invia al mittente una liberatoria da firmare. Con un solo pezzo di carta quindi, e un bel po’ di euro, si ottiene l’interruzione della gravidanza attraverso la RU486.

“Vita di donna” a questo punto chiede di risolvere velocemente le lungaggini e gli intoppi burocratici, e fare in modo che anche nel nostro Paese sia possibile questo tipo di intervento, per una donna sicuramente meno pericoloso e meno rischioso dell’aborto chirurgico. Spetta comunque ai singoli governatori regionali l’ultima parola affinché il farmaco sia in uso negli ospedali locali, come spiega Eugenia Rocella, sottosegretario alla salute. Dal canto loro il neo presidente piemontese, Roberto Cota, e quello veneto Luca Zaia, hanno già decretato lo stop al farmaco nelle loro strutture sanitarie. Si spera ora nel si di Renata Polverini, da due giorni alla guida della regione Lazio.