Complice il fatto che l’attenzione di media e opinione pubblica si è concentrata, nelle ultime 48 ore, sulle elezioni amministrative, è passata un po’ in sordina la notizia dell’arrivo in Italia dei primi camion che hanno trasportato nel nostro Paese le prime confezioni della tanto discussa pillola RU486.

Duemila confezioni di una pillola che consente alle donne di optare per l’aborto farmacologico anziché chirurgico sono state scaricate in un deposito della provincia milanese, e, dopo la lunga istruttoria per il via libera da parte dell’Aifa, dalla prossima settimana i reparti di ginecologia degli ospedali potranno iniziare le ordinazioni del farmaco.

Il che vuol dire che nella seconda settimana di aprile, dopo Pasqua, saranno effettuate le prime interruzioni di gravidanza con la pillola.

La RU486 era già utilizzata in diversi paesi europei da una ventina d’anni, soprattutto in Francia, dove la pillola è stata brevettata, e dove quasi la metà degli aborti, il 46%, avviene per mezzo della sua assunzione. Fino a oggi alcune strutture sanitarie italiane l’avevano somministrata ordinandola dal paese d’oltralpe, ma adesso non ce ne sarà più bisogno.

Resta da risolvere ancora la questione della durata del ricovero: dopo l’approvazione dell’utilizzo del farmaco nel nostro Paese da parte dell’Aifa, infatti, il governo aveva chiesto che le donne restassero in ospedale dalla somministrazione della RU486 fino all’espulsione dell’embrione, circa tre giorni dopo, e lo stesso aveva fatto anche il Consiglio Superiore di Sanità. In realtà la competenza a decidere sul punto spetta alle Regioni.

E, infatti, nella maggior parte di queste ultime si terranno a stretto giro riunioni proprio per fissare le linee guida della somministrazione e scegliere tra il ricovero ordinario e il semplice day hospital, fermo restando che rimane salvo il diritto della donna a firmare e uscire comunque dall’ospedale, poiché nessuno può rimanere ricoverato contro la propria volontà salvo che per specifici casi previsti dalla legge.

Ma le donne, quale tipo di interruzione di gravidanza preferiscono? Un opinione fuori dal coro la fornisce la scrittrice Paola Tavella in un articolo di Repubblica:

Paradossalmente, l’attacco alla RU486 è stato tutto incentrato sulla banalizzazione dell’aborto mentre credo invece che sia il contrario. È un metodo che rende più lunga e dolorosa l’interruzione di gravidanza.

Dello stesso parere anche la storica Giulia Galeotti, autrice di una “Storia dell’aborto”:

Negli anni Settanta la grande scommessa era portare l’interruzione di gravidanza nella sfera pubblica. Mi pare invece che con la pillola RU486 c’è il rischio di riprivatizzare l’aborto. Se vogliamo compiere un progresso non è introducendo un metodo che aumenta il peso sulle spalle delle donne ma responsabilizzando di più gli uomini.

Quest’ultimo in particolare è uno spunto interessante: in effetti, non rischiamo che la donna che giunga a una decisione tanto dolorosa e drammatica finisca per viversela da sola, abbandonata a se stessa, nel chiuso delle quattro mura del bagno di casa?