Le ragioni dell’aborto non implicano la salute del feto, quindi anche la sua uccisione dopo la nascita è paragonabile all’interruzione volontaria di gravidanza. In pratica, l’infanticidio non è che la sua estensione pragmatica: una teoria scioccante di due bioeticisti italiani che sta scatenando il dibattito in Rete.

L’aborto volontario è possibile anche dopo la nascita: parole che non si dimenticano, quelle dei due esperti di bioetica Francesca Minerva e Alberto Giubilini, che sono state pubblicate sulla rivista Journal of Medical Ethics scatenando forti impressioni, accuse e persino minacce. Facendo la tara all’emotività e al fanatismo di entrambi gli schieramenti laici o religiosi che si sentono implicati, resta un concetto che è doveroso chiarire con le loro stesse parole:

«Severe anormalità del feto e i rischi per la salute fisica o psicologica della donna sono spesso citati fra le ragioni valide per un aborto. Comunque avere un bambino può in sé essere un fardello insopportabile per la salute psicologica della donna, o per i suoi bambini già esistenti. Un serio problema filosofico nasce quando le stesse condizioni che avrebbero giustificato un aborto vengono alla luce dopo la nascita (…) Dimostrando che sia i feti che i neonati non hanno lo stesso status morale di persone, che entrambi sono persone potenziali è moralmente irrilevante e che l’adozione non è sempre nel miglior interesse delle persone, quello che viene chiamato “aborto post nascita” dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui è permesso praticare l’interruzione di gravidanza, inclusi i casi in cui il neonato non è disabile.»

La questione è delicatissima: per il direttore della rivista, Julian Savulscu – che ha difeso il diritto degli autori di esprimere il loro parere e la libertà di pubblicazione della rivista – lo scopo non è affermare la Verità o promuovere qualche legge morale, ma «presentare opinioni ragionevoli basate su premesse diffusamente accettate». Le opinioni, in effetti, per quanto sconcertanti, non sono neppure molto nuove: affondano le radici nelle teorie di filosofi come Peter Singer, Michael Tooley e John Harris, e su una visione che potremmo dire “ultra tecno-cratica” della società.

Impossibile riassumere in un articolo le implicazioni e la letteratura sull’argomento, ma resta una domanda: i ricercatori, dai curriculum impeccabili (Giubilini è affiliato al dipartimento di filosofia dell’Università di Milano e alla Monash University di Melbourne, mentre la Minerva opera al Centre for Applied Philosophy and Public Ethics dell’Università di Melbourne e al Centro Uehiro for Practical Ethics di Oxford) hanno portato alle estreme conseguenze logiche – sono filosofi, non medici – il concetto di aborto, finendo col descriverlo come un infanticidio in potenza di essere umani in potenza. Conseguenze irrazionali di un’estrema razionalità, oppure, paradossalmente, presta il fianco agli anti-abortisti?

Fonte: Journal of Medical Ethics