In questo periodo è più acceso che mai il dibattito sulla sclerosi multipla e la cura Zamboni, ideata dal medico ferrarese Paolo Zamboni e che prevede un intervento sulla vena che va dal cuore al cervello, che quando si restringe potrebbe essere una tra le cause della malattia, secondo quanto ipotizza il ricercatore.

Il metodo Zamboni sarà oggetto di uno studio su pazienti sia sani che malati di sclerosi: lo ha annunciato il ministro della Salute Ferruccio Fazio durante il Congresso scientifico annuale della Federazione italiana sclerosi multipla. È necessario approfondire la ricerca tra sm e Ccsvi per capire quale sia la reale correlazione tra le due cose, come ha spiegato Fazio:

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“il metodo Zamboni tocca un problema delicato perché le vene cerebrali hanno una struttura particolare e possono simulare ostruzioni. Non è una cosa semplice per via delle pressioni da parte delle associazioni, pressioni giuste a livello umano ma che devono fare i conti con il necessario rigore scientifico.”

Quanto ipotizza il ricercatore ferrarese sarà dunque valutato con attenzione ma gli studi devono proseguire: individuare quale sia la linea d’azione corretta non è stato facile, ha dichiarato Fazio, che ha indicato durante il Convegno come:

“mi auguro di aver cercato la strada più corretta con l’Aism. C’è ancora qualche brontolio ma la ricerca continua”.

Paolo Zamboni sconsiglia attualmente di operarsi di dilatazione venosa al di fuori degli studi, poiché non vi sono ancora le prove dell’efficacia dell’intervento e nella metà dei casi la vena si richiude.

Durante un’interessante intervista concessa a La Repubblica, il ricercatore ha ulteriormente indicato come sia necessario condurre ulteriori test sulla correlazione tra sclerosi multipla e Ccsvi e come, nella ricerca multicentrica che sta per partire e che coinvolgerà 700 pazienti, sarà operata una parte dei malati – senza che sappiano se la dilatazione è stata fatta o no – e poi questi saranno tenuti sotto osservazione per un anno.

Ci vorranno due anni, secondo Zamboni, per verificare la sua teoria. Due anni che a oggi sembrano piuttosto lunghi a quei malati di sclerosi multipla che vorrebbero, chiaramente, una soluzione efficace al più presto. La Repubblica ha chiesto a Zamboni come mai tra le persone che si sono operate seguendo il suo metodo, molti stiano come prima e non abbiano evidenziato dei miglioramenti significativi, e il medico ha risposto in tal modo:

“Nella metà circa degli operati il restringimento venoso si forma di nuovo, e proprio in questi si ripresentano i sintomi. Se da una parte questa corrispondenza conferma il ruolo di Ccsvi, dall’altra servono studi per migliorare la tecnica chirurgica. E non è detto che l’angioplastica con materiali nati per le arterie sia valida sulle vene, che hanno una struttura diversa. Aggiungo che osserviamo anche restenosi senza peggioramenti della sclerosi multipla. Anche questo è un dato di difficile interpretazione. È bene ricordare che in tutti i malati in cui abbiamo fatto l’angioplastica, non sospendiamo la tradizionale terapia immunosoppressiva, che potrebbe quindi prevenire la riaccensione della malattia.”

Ciò che tutti si chiedono oggi è: ciò che provoca la sclerosi multipla sarà davvero il restringimento di questa vena? Bisognerà seguire i risultati della ricerca multicentrica per saperlo con certezza.