Quando i genitori hanno letto i risultati sulla bacheca affissa sul portone della scuola non potevano credere ai loro occhi: cinque bocciati in prima elementare. E uno di loro è un bambino disabile. Accade a Pontremoli all’Istituto “Giulio Tifoni” ma il caso è arrivato nelle aule parlamentari.

La bocciatura nelle classi prime del primo grado di scuola sono veramente una rarità. Non solo per i bassi livelli di competenze richiesti, ma soprattutto perché generalmente è quasi impossibile che il genitore scopra a giugno dei problemi del figlio iscritto: l’età è così bassa che il monitoraggio del bambino è praticamente quotidiano.

Allora com’è potuto accadere un fatto così clamoroso da mettere a soqquadro l’intera città carrarese? Certamente il primo dato deve far riflettere: cinque alunni bocciati nelle due classi, due italiani (fra cui quello con una disabilità) e tre stranieri. Classi che sono uscite da un anno faticoso fin dall’inizio, perché formatesi nonostante il ricorso al Tar dei genitori che volevano una classe in più. Da qui, il sospetto: classe affollata, classe di bocciati? Genitori agguerriti, vendetta a fine anno?

Sarebbe ovviamente gravissimo, pur riconoscendo le difficoltà operative degli educatori. Ma la promozione e la bocciatura dovrebbero essere legate ai percorsi dei bambini, non alla qualità della vita degli insegnanti. Nonostante il sindaco della città, Lucia Baracchini (centro destra) anche lei docente, abbia difeso le decisioni della scuola, si profila già all’orizzonte un ricorso al Ministero dell’Istruzione, una sorta di “class action” (mai termine più consono) per impugnare le bocciature e persino ottenere risarcimenti in denaro per i danni inferti alla psiche dei pargoli. A tutte le agenzie sono arrivate le loro dichiarazioni battagliere:

«Queste bocciature sono ingiuste e pericolose soprattutto per la psiche dei nostri figli. Non riteniamo imputabile ciò alla mancanza di professionalità dei docenti, piuttosto puntiamo all’impossibilità di seguire con attenzione necessaria trenta bambini tra i cinque e i sei anni, ciascuno con la propria capacità di apprendimento.»

Qui sta il problema, ma anche tutto lo sdegno di molti commentatori e osservatori. Se per evitare le classi-pollaio si deve ricorrere a questi mezzucci, fermi tutti. Il Partito Democratico ha già presentato un’interrogazione al Ministro Profumo e, com’era prevedibile, stanno fioccando commenti di psicologi, giornaliste-mamme, pedagogisti.

Ci limitiamo a un’osservazione. Un bambino di sei anni non può diventare un problema insormontabile per un/una professionista dell’educazione. Spetta agli insegnanti trovare le tecniche, le modalità, per affrontare una classe di 29 bambini. Sempre ricordandosi che non sta scritto da nessuna parte che la vita deve essere comoda, così come il lavoro.

Questi numeri erano l’assoluta normalità in questo paese in decenni non così lontani e forse anche i genitori non dovrebbero pensare che una classe oltre i 26 alunni.- come previsto dalla legge, ma con deroghe – non sia in grado di lavorare bene (ma il caso di Pontremoli pare dare loro ragione). Che mai sarà accaduto a questi bambini del 2012? Sono diventati mostri che sputano fuoco? I bambini sono sempre bambini. Forse sono le capacità degli insegnanti, le loro motivazioni, a essere cambiate. Così come le capacità dei dirigenti scolastici. E il rapporto fra i genitori e la scuola, ormai improntato a una pesante sfiducia reciproca.

Fonte: La Nazione