Riapre la scuola e ricominciano i problemi a essa legata: com’era auspicabile, non basta prendere il sole sotto l’ombrellone e nuotare con il materassino gonfiabile per “curare” tutte le malattie legate all’istruzione. Non sono bastate nemmeno le proteste studentesche, l’informazione mediatica a cura delle alte cariche nelle università italiane e dei docenti stessi.

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I tagli sono il vero problema di fondo: molti dirigenti scolastici, anziché protestare per mancanza di personale nelle supplenze, hanno deciso di ridurre l’orario scolastico approvando l’ora di lezione di 59 minuti. In questo modo, i professori accumulano del tempo da recuperare in supplenze, finendo per lavorare gratis.

Oltre ai tagli sugli stipendi, la riforma della scuola prevede anche un taglio sulle ore complessive di lezioni, ormai ridotte a circa 27 per i bienni delle scuole superiori. Pare che il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini ci abbia preso gusto a utilizzare le forbici: il prossimo passo rischia di essere la cosiddetta settimana corta, ovvero scuole chiuse il sabato per la gioia degli studenti svogliati e la delusione degli addetti ai lavori.

E cosa succede ai docenti che si lamentano? Subiscono provvedimenti disciplinari. È il caso del professor Michele Trotta, che in un’intervista ha espresso con parole forti il suo disappunto verso questa riforma:

“Riformare l’esame di Stato? Prima andrebbero “riformati” i ministri Gelmini e Brunetta, perché la scuola con i precari è la parte migliore dell’Italia: un bene pubblico”

Insomma, non c’è davvero nessuna speranza per la scuola italiana e per i docenti o siamo ancora in tempo per invertire il processo?

Fonte: L’Unità