Sono nata con la matitina rosso-blu in mano, quella con cui i professori segnavano gli errori nei compiti in classe, rosso errore lieve, blu orrore grammaticale. Almeno così dicono i miei amici. E, a onor del vero, non posso dar loro torto. È più forte di me, non riesco a non fare quella che “si dice se io fossi, non se io sarei”.

Quando sento qualcuno che massacra il nostro bell’idioma mi vengono i brividi. Provo a mordermi la lingua, a pensare che rischio di offendere qualcuno o causare incidenti diplomatici, provo a seguire il consiglio di mia madre che mi diceva di contare fino a 10 prima di parlare. Ma sono sforzi vani, conto al massimo fino a 3 e poi intervengo a gamba tesa, con quell’aria da maestrina supponente che, insieme ad altri amabili tratti del mio carattere, contribuisce a rendermi deliziosamente odiosa.

A testimonianza di questa mia fastidiosa caratteristica, ho anche nel curriculum l’interruzione di  una liaison amorosa con un gran bel figliuolo, interruzione dovuta principalmente alla mia insofferenza nei confronti della brutalizzazione dell’italiano. Il fanciullo in questione, infatti, aveva il vizio di utilizzare un italiano un po’ troppo creativo per i miei gusti (“vorrei lungimirarti gli occhi”, tra le sue frasi celebri), martirizzando con estrema naturalezza qualsiasi regola grammaticale. Vizio questo che, nei momenti di intimità, aveva su di me lo stesso effetto della visione di un documentario sulla vita di Madre Teresa di Calcutta.

Sono tempi duri, per le persone sensibili come me. È dura leggere i giornali senza riflettere sull’opportunità dell’esistenza dell’ordine dei giornalisti, quando a far parte di quest’ordine sono persone che utilizzano un italiano pedestre. È stata dura seguire tutte le tribune politiche e affini in televisione e accettare che, oltre all’onestà, un’altra cosa che discriminano i nostri politici sono i congiuntivi.

Ma è ancora più dura frequentare assiduamente i Social Network, porti franchi in cui ormai “vale tutto”, senza imbattersi in mostruosità linguistiche da far accapponare la pelle. I franchi tiratori della lingua italiana si nascondono ovunque, parlano e si occupano di qualsiasi cosa, nessun ambito di interesse ne è immune. Non c’è luogo, fisico o virtuale, dove possiamo trovarci al sicuro. È peggio dell’invasione degli ultracorpi.

Io li odio perché mi fanno male. Provo un malessere fisico ogni volta che incrocio una “k” al posto di un “ch”, mi imbestialisco ogni volta che mi imbatto in acrobazie linguistiche che fanno scempio della consecutio temporum, rischio un attacco epilettico quando leggo post infarciti di quelle insulse, odiose, cacofoniche abbreviazioni.

E, per rincarare la dose, fioriscono ovunque appelli contro la “Kasta”, video “ke guarda ke skifo fa qst xsna fai girare importante!!!!!!”,  gattini che devi “kondividere se cè 1 xsna speciale nel tuo quore”, gruppi a difesa dei topi ragno che postano foto di animali con appelli scritti in italianese spinto.

No, per me è decisamente troppo. Non che io parteggi per “i palazzi” o sia insensibile alla sofferenza dei cani abbandonati, ma per un sanissimo istinto di autoconservazione ho deciso di eliminare dalla mia bacheca di Facebook tutto quel che urta la mia sensibilità. Quindi, in primis, chi usa violenza nei confronti della lingua italiana. Salviamo i cani, i panda e le foche. Ma, per carità, salviamo anche l’italiano.

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