Il regista Giovanni Albanese racconta la sua esperienza nel film “Senza arte né parte“, uscito venerdì scorso nelle sale di tutta Italia. Si tratta di un film ambientato parzialmente a Roma, ma soprattutto nel Salento, un Salento descritto nel suo precariato, nella sua voglia di fare, nella sua “arte di arrangiarsi”. La trama del film narra di tre uomini licenziati da un pastificio che si improvvisano per necessità falsari di arte moderna, nella stridente incomprensione che nutrono verso di essa. Albanese ne ha parlato a DireDonna.

Come nasce l’idea di “Senza arte né parte”?

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“L’idea nasce dal fatto che mi piaceva fare cortocircuito tra gli operai e il mondo dell’arte contemporanea, in fondo la commedia si nutre di contrasti e ho voluto far riflettere su questi due mondi a confronto.”

Perché ambientarlo così lontano da Cinecittà, intendendo con questa la Capitale, Roma, dove però sono ambientate alcune scene?

“I film non si fanno più a Cinecittà. I protagonisti della mia pellicola erano degli operai precari, e mi è sembrato giusto inserirli nel loro contesto più congeniale, anzi in quello reale, il Sud, il Salento dove loro vivono all’interno della storia. Poi a un certo punto i tre vanno a Roma, dove incontrano il mondo dell’arte contemporanea.”

Ci sono dei film a cui ti sei ispirato nella realizzazione di questo lavoro?

“Sì, due film che mi sono piaciuti molto. Uno è “Full monty“, in cui si vedono questi operai fare qualcosa che esula normalmente dal loro lavoro, ossia lo spogliarello. L’altro è “La banda degli onesti“. A questo proposito mi piace citare la definizione che La Repubblica ha dato al mio film, dicendo che è a cavallo tra Ken Loach e Totò.”

La scena in cui Vincenzo Salemme e Giuseppe Battiston spaccano la pasta durante un valzer è, forse, una citazione di “Arancia Meccanica“?

“Non è assolutamente una citazione, loro spaccano la pasta per reazione al licenziamento che hanno appena subito”.

Vi è una domanda in merito ai film girati in Salento: spesso i personaggi parlano barese. Perché anche i tuoi lo fanno?

“Non c’è una scelta linguistica particolare, anche perché non volevo fare un film in lingua, ho preferito far parlare gli attori con il proprio accento, perché in fondo gli operai sono dappertutto, non solo nel Salento. Ho preferito dare al mio film una determinata dimensione, per descrivere una situazione nazionale, che parta dal Salento, ossia dove parte il film, per poi coinvolgere tutti gli italiani.”

Qual è la tua scena preferita?

“Mi è piaciuto molto scrivere la sceneggiatura con Fabio Bonifacci. Mi è piaciuto girare tutto il film in generale, ma più che una scena, ho amato particolarmente una battuta. Quella nella scena in cui Sonia Bergamasco chiede a Paolo Sassanelli perché un operaio sappia così tante cose sull’arte contemporanea e lui risponde: “Perché è precario”.

In quest’Italia che non ha nulla da ridere, quanto è difficile portare il sorriso al cinema?

“Far ridere è più difficile che far piangere. Io però non ho voluto portare solo il sorriso, il mio film credo faccia riflettere, ma porta anche a tante altre emozioni e soprattutto fa tenerezza, perché sono convinto ricalchi la vita.”