Licenziamento, demansionamento, mobbing. Ecco che cosa deve affrontare spesso una donna che rientra a lavoro dopo il congedo per maternità, senza considerare le difficoltà che incontra nel tentare di conciliare la sua professione con le nuove esigenze familiari, che in alcuni casi spingono a dare le dimissioni.

E se la situazione del lavoro rosa in Italia è caratterizzata da alcuni evidenti passi in avanti, soprattutto per quanto riguarda l’imprenditoria femminile, non si può dire altrettanto a proposito del trattamento riservato alle lavoratrici mamme, che anche in assenza di contratti di lavoro atipici subiscono spesso trattamenti tutt’altro che equi da parte dei datori di lavoro.

Il recente rapporto reso noto dal sistema Excelsior di Unioncamere, insieme ai dati diffusi dal “Centro donna” della Cgil, ha illustrato la situazione in Lombardia relativa agli esiti, spesso tutt’altro che piacevoli, degli oltre ventimila congedi per maternità richiesti ogni anno dalle donne milanesi.

Se nel 2009 a dare le dimissioni al termine della maternità sono state poco più di 1400 donne, nel 2010 questa cifra è salita fino a 1670. A calare, invece, è stata proprio l’occupazione femminile, con circa 4500 donne licenziate nel primo trimestre del 2011 nel capoluogo lombardo.

“Fra il 2008 e il 2009 la quota di mamme dimissionarie, dopo la maternità, era diminuita. Nel 2010, invece, i numeri si sono alzati di nuovo. Soprattutto a causa della crisi.”

Queste le parole di Maria Costa del “Centro donna” della Cgil, la quale mette in evidenza come le difficoltà economiche non solo spingono le aziende ad assumere solo personale a tempo pieno, negando il part-time alle tante mamme che lo richiedono, ma rendono difficile se non impossibile la vita alla maggior parte delle lavoratrici che non si possono permettere di versare ogni mese rette da capogiro agli asili nido, né tantomeno di spendere l’intero stipendio per pagare una baby sitter.

Ancora più preoccupante è la situazione che riguarda le tante donne impiegate con contratti a termine, che stando ai dati dell’ultimo “Rapporto biennale sull’occupazione femminile e maschile in Lombardia” nel 43,3 per cento non vengono rinnovati. Oltre la crisi economica, tuttavia, alla base di questa evidente problematica ci sarebbe anche una diffusa mentalità secondo la quale figli e carriera sono del tutto incompatibili. Ecco che cosa ha affermato Luigia Cassina del “Coordinamento femminile della Cisl”.

“Il problema è culturale. È come se alla donne venisse detto: vuoi diventare madre? Bene, hai fatto la tua scelta di vita. E il lavoro non può più farne parte.”

Fonte: Repubblica