Le statistiche smontano un luogo comune: a pagare caro la separazione e il divorzio sono soprattutto le donne. Tra i tanti focus dell’Istat che si concentrano su alcuni aspetti del grande report annuale sullo Stato del Paese, ce ne sono molti sulla famiglia: le condizioni di reddito, la percezione del futuro, la fiducia come consumatori, ma anche la condizione di chi decide di sciogliere il vincolo famigliare.

La vita è sempre più dura per i separati e divorziati italiani. La crisi economica rende questa scelta sempre meno «conveniente», e paradossalmente i tanti sforzi fatti per condividere le responsabilità – come l’affidamento congiunto – ha trascinato le donne in condizioni economiche molto difficili, simili a quelle che un tempo si pensava fossero destino soltanto degli uomini. Gli indicatori economici, invece, dimostrano addirittura lo svantaggio delle donne.

In particolare, il 13,6 per cento degli uomini che hanno sciolto un’unione vive in famiglie che sono in arretrato con il pagamento di bollette, mutuo, affitto o altri tipi di debito, mentre questa stessa condizione è condivisa dal 20 per cento delle donne; il 7 per cento non riesce a permettersi un pasto adeguato almeno ogni due giorni, contro il 10,4 per cento delle donne; infine, l’11,2 per cento non riesce a scaldare la casa adeguatamente, contro il 14,1 per cento. Non ci vuole molto a comprenderne la ragione: gli uomini occupati stabilmente durante una separazione sono più delle donne nelle medesime condizioni. E anche i figli contano molto: ha visto peggiorare la propria situazione economica il 52,9 per cento delle persone che avevano figli al momento della separazione contro il 37,1 per cento di chi non ne aveva.

Non ci sono vittime predestinate, di genere, nella separazione. Questo è il dato di fatto della tendenza di questi ultimi anni. Le condizioni di vita delle persone separate, divorziate e coniugate dopo un divorzio raccontano come la fine di un matrimonio significa sempre più impovimento. Per una donna su quattro e per un uomo su sei. Numeri spaventosi, soprattutto per le nuove generazioni, i separati dopo pochi anni di matrimonio. Con la precarietà, la casa in affitto, i debiti, la separazione spesso comporta il ritorno a casa dei genitori (il 32,5 per cento degli uomini e il 39,3 per cento delle donne) che completano il ruolo già determinante di sostegno per i nipoti in un sostegno completo a famiglie che non riescono più a stare in piedi.

Basti pensare che il 5 per cento dei genitori che si separano non riesce ad affrontare le spese mediche dei figli e il 20 per cento è costretto a chiedere denaro in prestito. Questo peggioramento improvviso riguarda, fortunatamente, i primi due anni dopo la separazione. Trascorso questo periodo di tempo, le condizioni generali iniziano a migliorare. In questo caso sono spesso le donne a dimostrare una risalita più veloce, diminuendo del 10 per cento ogni dieci anni la probabilità di povertà. E questo nonostante ci siano marcate differenze di genere, anche nella percentuale di genitori soli.

Sono in maggior numero, infatti, le donne che crescono da sole i figli: dopo cinque anni, la percentuale di madri sole sale al 45,5 per cento, e quella degli uomini in famiglie unipersonali arriva a rappresentare circa metà del totale (49,2 per cento). Dopo 10 anni dalla separazione, la percentuale di madri sole rimane elevata (29,1 per cento), mentre aumenta quella di donne single (32,2 per cento) e in famiglia ricostituita (26,2 per cento) senza comunque raggiungere i livelli osservabili tra gli uomini (rispettivamente, 39 per cento e 41,4 per cento).

Questo dimostra come la condizione generale delle donne peggiora quando non c’è uno sviluppo pieno delle proprie potenzialità, relazionali e professionale. Le mogli casalinghe, le moglie precarie, le donne che non hanno la possibilità di difendersi o difendere i propri diritti. Con il paradosso per cui il maggior tempo trascorso dal padre coi figli spesso ingenera la convinzione negli uomini di dover pagare meno la ex moglie per il suo tenore di vita.

Fonte: Istat