La tecnica inventata dal nobel Robert Edwards taglia il traguardo dei cinque milioni di bambini nati in provetta. La fecondazione assistita che fece nascere (era il 1978) Louise Brown ha sconvolto le norme millenarie della famiglia naturale, creando la fecondazione in vitro e riuscendo a far coronare il sogno di un bambino a coppie che non avrebbero mai potuto farlo da sole.

Il calcolo dei nati in provetta è ovviamente soltanto una stima, che incrocia i dati certi delle richieste con quelli della media di interventi quotidiani di fecondazione assistita negli ultimi anni, ed è al centro del congresso della Società Europea per la Riproduzione Umana e l’Embriologia a Istanbul, occasione per parlare del coraggioso medico inglese che dovette lottare non poco per ottenere il permesso di proseguire gli studi e operare la sua tecnica.

All’epoca – erano i freddi e ideologici anni ’70 – si sosteneva che l’infertilità non era un problema dell’umanità, essendo il pianeta sovrappopolato. Un concetto che oggi farebbe a pugni con il nostro acuto senso dei diritti e delle libertà individuali, ma che in quegli anni ebbe più di un sostenitore. Se non si fosse vinta quella battaglia, oggi ci troveremmo gravemente impreparati nell’affrontare il problema della sterilità delle giovani coppie.

Secondo i dati Icmart, ogni anno nel mondo vengono eseguiti 1,5 milioni di cicli di fecondazione assistita, dai quali nascono circa 350mila bambini. In testa fra i paesi che ne fanno più ricorso alla tecnica troviamo gli Stati Uniti e il Giappone, mentre l’Europa è certamente il continente più attivo. Attualmente, la media necessaria è quella di 1500 cicli su un milione di persone, ma solo in pochi paesi è rispettata. L’Italia, purtroppo, è uno dei paesi con la minor disponibilità di trattamenti: 863 cicli per milione di abitanti.

Fonte: Science Codex