Gli stipendi dei giovani laureati italiani sono troppo bassi. Il primo a parlarne è stato il nuovo presidente di Bankitalia, Ignazio Visco: una situazione tragicomica, se si considera che siamo anche uno dei paesi con meno laureati e con più richiesta di laureati nelle aziende.

Per i laureati, quindi, le prospettive di carriera non sono ottimali. In Italia domanda e offerta di lavoro sembrano essersi incardinate in una scatola cinese nella quale non si capisce più chi ha cominciato, e soprattuto quando finirà.

La crisi economica, il rischio recessione che in queste ore mette in ansia i ministri del governo Monti e il Parlamento che si appresta a votare delle riforme di “lacrime e sangue”, si rispecchiano nella condizione sempre più difficile delle nuove generazioni.

C’è chi è particolarmente brillante, o temerario, o fortunato, e sceglie di fare carriera all’estero, ma queste sono soluzioni individuali che non possono eliminare un problema collettivo. L’indagine di Towers Watson su un campione di 450 aziende con un totale di 150 mila dipendenti svela la forbice tra il Belpaese e il resto del continente.

Lo stipendio medio iniziale di un neolaureato italiano si attesta attorno ai 23 mila euro, l’83% in meno di un omologo tedesco. Francia e Gran Bretagna sono meno lontane, ma pur sempre lontane con stipendi attorno ai 29 mila euro. Soltanto la Spagna fa peggio di noi, ma è una magra consolazione.

Le brutte notizie non finiscono qui. Il divario iniziale non diminuisce neppure dopo cinque anni. Quindi fare carriera non basta per colmare il gap, che è destinato a restare immutato se non a peggiorare, perché lo studio ha dimostrato anche che – considerano il costo della vita delle varie capitali – il potere d’acquisto di un laureato italiano è sempre e comunque il più basso.

fonte: Corriere