Cosa c’è di meglio di un bel succo di frutta quando ci si vuole concedere una pausa senza appesantirsi troppo, o, soprattutto nel caso dei bambini, per accompagnare la merenda?

Ebbene, pare che quest’abitudine non sia più da considerare così salutare, stando ai dati di una ricerca dell’Università di Copenaghen, pubblicati sulla rivista Journal of Environmental Monitoring.

I ricercatori hanno analizzato 42 tipi di succhi di frutta (concentrandosi sui gusti ribes nero, fragola, lampone, menta, amarena e caramello), di 16 marche diverse commercializzate in tre Paesi europei (Danimarca, Scozia e Grecia), e hanno rilevato concentrazioni preoccupanti di una sostanza tossica.

Si tratta dell’antimonio, un semimetallo frequentemente utilizzato come agente antifiamma e per produrre vernici, smalti, gomme e alcune leghe specifiche, che desta ancora più preoccupazione in quanto precedenti ricerche lo avevano annoverato tra i fattori di rischio per tumori e problemi cardiovascolari. Al punto che l’Unione Europea ha stabilito una soglia massima della sua presenza nelle acque minerali imbottigliate. I chimici danesi lo hanno trovato in livelli da 2 volte a 17 volte superiori nei succhi analizzati.

Lo studio ha sollevato due grandi problemi: innanzitutto, l’ipotesi di partenza è che l’antimonio potrebbe aver contaminato i liquidi per contatto con il materiale d’imballaggio (in particolare quello in Pet, il polietilene tereftalato, la plastica utilizzata per le bottiglie d’acqua, e in Tetra pak). Inoltre, il fatto che i livelli più alti della sostanza sono presenti nei succhi più acidi e più ricchi di carboidrati, porta gli scienziati a supporre che questi ultimi potrebbero agevolare il passaggio dell’antimonio.

Ed ecco il primo problema: i ricercatori non possono escludere l’ipotesi che l’antimonio fosse presente già prima del confezionamento: in quel caso, non servirebbe cambiare il tipo di imballaggio.

E a questo si collega il secondo problema: poiché l’UE ha fissato una soglia minima di presenza dell’antimonio solo per le acque imbottigliate, le aziende produttrici di succhi di frutta non starebbero violando alcuna direttiva. Per questo motivo, i ricercatori non vogliono diffondere la “black list” dei succhi di frutta incriminati, pur ammettendo che restano sconosciuti, per ora, i livelli oltre i quali si rischiano gravi danni alla salute.

Insomma, restiamo in attesa di ulteriori studi. Per quanto la prima reazione possa essere di amarezza e impotenza, perché sembra che oggi non ci sia più niente di sicuro per la nostra salute, pensando soprattutto ai bambini non possiamo fare altro che seguire i suggerimenti di Catherine Leclerq, ricercatrice presso l’INRAN, l’Istituto Nazionale per la Ricerca sugli Alimenti:

indipendentemente dalla presenza di antimonio, un consiglio ottimo sia per la salute del singolo che per la salute dell’ambiente è quello di bere acqua del rubinetto e di consumare più frutta sotto forma di frutta piuttosto che sotto forma di succhi.