Una ricerca della Bocconi svela come la discriminazione sul lavoro sia basata fortemente sull’età, e quale sia il limite mentale dei selezionatori di risorse umane nelle aziende: dopo i 40 anni smettono di investire su di loro. Vecchi da rottamare già a 45 anni. Non parliamo di malati, o delle popolazione di qualche terra sperduta del quarto mondo, ma di lavoratori.

L’atteggiamento di discriminazione riscontrato dalla ricerca si basa su alcuni elementi oggettivi: le statistiche dicono che se devi fare carriera, la farai entro i 40 anni, poi è sempre meno probabile. Così, l’osservatorio sul Diversity Management dell’università milanese ha stilato un documento che ribalta la nostra prospettiva sul concetto di discriminazione: l’età è diventata più importante del genere sessuale.

Negli anni precedenti questa tendenza non era mai stata verificata: oggi l’età è un problema per il 52 per cento dei dipendenti mentre il genere per il 44 per cento. Seguono altri motivi di disagio come il tipo di laurea: mortificati, nel 32 per cento dei casi, soprattutto i possessori di lauree umanistiche. Per finire, l’aspetto fisico (27 per cento dei casi).

Il motivo è presto detto: riforme pensionistiche e costo del lavoro. La prima ha prodotto fughe e prepensionamenti che hanno stretto gli over 45 in un collo di bottiglia, dove li aspettano i trentenni più preparati tecnologicamente. Dall’altro, siccome hanno comunque fatto una buona carriera, costano più delle nuove leve, ma non sono intoccabili come quelli che sono arrivati molto in alto. E la fascia media viene falcidiata dai cacciatori di teste.

Secondo la ricerca, però, questo è un grave spreco di risorse, che colpisce chi avrebbe ancora molto da dare all’azienda. Forse è venuto il momento di spostare l’asticella più in là, ricalibrando secondo la stessa dinamica della politica e ancora prima della demografia (sono il 30 per cento di tutti i lavoratori).

La situazione delle donne merita un commento a parte. Alla fatica per superare gli storici ostacoli alla carriera e all’ingresso nel mondo del lavoro, si aggiungono una serie di pessime abitudini, come quella di specificare sempre nelle offerte – anche se non si potrebbe – l’età (massimo trentenne) anche per incarichi e mansioni in cui l’avvenenza non c’entra nulla. Una contraddizione, perché spesso vengono accantonate donne che hanno figli già cresciuti e si sentono finalmente libere di lavorare senza preoccupazioni famigliari urgenti. Lasciate a casa per donne più giovani, che rappresenteranno una costante ansia per altre eventuali maternità.