L'{#estate} è per antonomasia la stagione del divertimento senza pensieri, della trasgressione, dell’amore non sempre “protetto”. Le statistiche confermano che, soprattutto tra i giovanissimi, ci sono percentuali preoccupanti di persone che non usano precauzioni nel fare sesso, con il rischio di contrarre malattie veneree. Nei casi più gravi, il pericolo del mancato utilizzo del preservativo è quello di essere contagiati dalla patologia più aggressiva tra quelle sessualmente trasmissibili, il virus dell’HIV.

Sebbene i dati epidemiologici del Ministero della Salute confermino che negli ultimi vent’anni ci si è ammalati sempre di meno di AIDS, è anche vero che una persona su quattro tra quelle infette non sa di aver contratto il virus.

Per evitare di contagiare qualcun altro è bene che chiunque abbia dei rapporti sessuali a rischio si prenda le proprie responsabilità e faccia tutti i test del caso per verificare se si è rimasti vittima del virus oppure no.

La ricerca ancora oggi non è riuscita a trovare una cura definitiva per la malattia, ma ha fatto passi da gigante sia sul controllo della sua evoluzione, sia sulla precisione dei test che la identificano. Fino a pochi anni fa infatti, per capire se si fosse sieropositivi o meno era necessario ripetere il test più volte nell’arco di un anno.

L’evoluzione delle tecniche di esame è giunta attualmente all’utilizzo di test sierologici di quarta generazione, che consentono di individuare con precisione la presenza del virus dopo soli tre mesi dall’esposizione al contagio.

Questi particolari esami, infatti, sono gli unici che consentono l’individuazione sia degli anticorpi che dell’antigene P24, una proteina contenuta nel cuore del virus dell’HIV, che compare nel sangue in caso di infezione. Questa sostanza si manifesta solitamente tra la seconda e la quarta settimana dopo il contagio, per poi scomparire e ripresentarsi dopo mesi o addirittura anni.

Come spiega il prof. Massimo Galli, responsabile della III Divisione del reparto Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, un risultato negativo del test a tre mesi dal possibile contagio, può confermare con certezza quasi assoluta che il virus non è presente nell’organismo. Questo perché gli anticorpi dell’HIV tendono a comparire verso la quarta settimana, per poi rimanere stabilmente nel sangue.

Esistono comunque delle variabili temporali a riguardo dovute a fattori individuali, all’intensità e alla modalità di esposizione all’HIV. Proprio per questo, il lasso di tempo necessario per avere risultati attendibili è stato fissato a tre mesi e non a un solo mese come ci si aspetterebbe.

Queste analisi particolari si differenziano dai test rapidi su sangue e saliva (molto utili a individuare i casi che necessitano di ulteriore approfondimento), in quanto questi ultimi sono in grado di identificare l’anticorpo ma non l’antigene. Proprio per questo vengono considerati come test di terza generazione.

E i test molecolari invece? Molti si chiedono come mai non vengano usati regolarmente, dato che consentono la ricerca diretta dell’RNA del virus. La risposta è semplice: questi test vengono utilizzati solo per verificare la sicurezza di trasfusioni e trapianti, per cui è necessario ricorrere all’analisi molecolare. Questi esami sono molto costosi ed elaborati, ma danno comunque gli stessi risultati dei test sierologici di quarta generazione, per questo è inutile utilizzarli sulle persone a rischio.

Test rapidi e precisissimi, farmaci inibitori e metodi all’avanguardia per migliorare le condizioni di vita dei malati: le premesse ci sono tutte, ora non resta che aspettare la cura definitiva.

Fonte: Corriere della Sera, Ministero della Salute