The Lady” è l’ultima fatica in ordine cronologico del regista francese Luc Besson dedicata alla vita del premio Nobel birmano Aung San Suu Kyi, diventata vero e proprio simbolo del movimento non violento per la democrazia della sua nazione oltre ad aver vestito i panni della fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia. Presentato in anteprima come film d’apertura della sesta edizione del {#Festival del Cinema di Roma}, Besson rende omaggio a una delle figure politiche più importanti degli ultimi trent’anni, capace di resistere alla dittatura militare che ha seriamente provato la sua esistenza durante la sua lunga e dolorosa lotta per la libertà.

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A prendersi carico dell’arduo ruolo di Aung San Suu Kyi c’è Michelle Yeoh, attrice cinese-malese che si è calata nella parte studiando attentamente la figura dell’esile quanto forte donna politica, immergendosi completamente nell’atmosfera dura e pressante della dittatura militare. Al suo fianco, nel ruolo del marito, c’è David Thewlis, attore noto soprattutto per le interpretazioni nella saga di “Harry Potter” oltre che nel drammatico “Il bambino con il pigiama a righe” -solo per citarne alcuni- che riesce a conferire un aura magica e appassionata agli incontri tra i due innamorati, regalando al pubblico una prova di denso e autentico spessore.

Aung San Suu Kyi (Yeoh), figlia del generale birmano assassinato dopo essersi distinto per la liberazione del proprio Paese dall’impero britannico, torna nella sua terra Natale per assistere la madre molto malata. È il 1988 quando saluta per l’ultima volta Oxford: pian piano la donna, lontana dal marito (Thewlis) e dai figli, inizia ad avvicinarsi alle lotte non violente per la libertà della Birmania dalla dittatura militare di Saw Maung, tanto da candidarsi alle elezioni che vince a testa alta. Purtroppo però la democrazia resta solo un sogno, a causa della repressione dei militari che gettano nel fango il risultato dell’espressione popolare, riportando il panico nella popolazione e costringendola agli arresti domiciliari, senza concederle neanche la possibilità di accudire il marito che, nei lunghi anni di prigionia della donna, scopre di essere stato colpito dal cancro.

È una donna forte, una figura eroica nel suo corpo minuto quella di Aung San Suu Kyi dipinta da Luc Besson, un’immagine a tutto tondo dell’essenza che nel tempo ha caratterizzato l’operato del volto della resistenza birmana. È un ritratto, quello del regista che negli ultimi anni ha fatto delle donne il tema principale delle sue narrazioni, delicato e intimista degli anni più difficili della vita della leader della Birmania, molto più appassionato alla riflessione sul dramma famigliare che alla visione prettamente politica degli eventi.

È una dimostrazione a tinte patinate della forza intrinseca del mondo delle donne, messa in luce da una delle esponenti più importanti e valorose che ha scelto di dedicare la propria vita, nel senso più vero del termine, ai suoi ideali e a quelli della sua nazione, a costo di pagare un prezzo carissimo. Se lo scenario storico rimane sullo sfondo, conferendo un tocco di distaccato coinvolgimento all’intera vicenda, è la passione a diventare vera protagonista, portando alla luce dei riflettori una donna dai valori ben radicati, con tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio esempio di carattere.

Nata da un’idea di Michelle Yeoh, profondamente colpita dalla vita del premio Nobel, la pellicola di Besson assorbe tutto il fascino di Aung San Suu Kyi in quello che è uno spaccato di vita vissuta all’ombra della dittatura; non solo la Yeoh, ma anche Besson è stato profondamente toccato dalle vicende del popolo birmano; un flusso d’energia così potente che è confluito in una fortuita coincidenza che ha toccato tutti coloro impegnati sul set: infatti, proprio nel giorno delle riprese della scena della liberazione, la donna ha potuto finalmente riabbracciare la libertà dopo anni vissuti all’interno della propria casa.