The Last Airbender, in uscita questa estate, è il nuovo film di M. Night Shyamalan, colui che ha dato vita, tra le altre, a interessanti pellicole quali l’ormai “storico” Sesto Senso, The Village e Lady in the Water. Si tratta della trasposizione cinematografica dell’omonima serie animata di origini statunitensi trasmessa sul network televisivo Nickelodeon.

Vengono in essa narrate le vicende del giovane Aang, ultimo discendente di una dinastia di avatar (ricordiamo che il termine ha, culturalmente parlando, origini orientali e indica in sostanza un dio dalle fattezze antropomorfe in quanto “incarnato” in un essere umano) che si troverà a dover ristabilire la pace in un mondo minacciato dalla sete di conquista del Signore del Fuoco, il quale intende assoggettare a sé i regni degli altri tre elementi naturali (rispettivamente Acqua, Terra e Fuoco).

Ebbene, sembra che la produzione in questione sia stata nel corso della sua gestazione accusata di “razzismo”. Il dito è stato puntato, in particolare, contro il relativo casting, colpevole, secondo alcuni, di non essere filologicamente fedele all’anime in quanto imbottito di attori dai tratti somatici occidentali, soprattutto nelle parti dei “buoni”.

In un recente incontro con i giornalisti, lo stesso Shyamalan ha naturalmente provveduto a gettare acqua sul fuoco (involontario gioco di parole vista la natura del progetto…) definendo tali accuse prive di senso per via del carattere somatico “ambiguo” dei protagonisti del cartoon:

Il punto è questo. Una delle principali attrattive dell’anime è che è volutamente ambiguo. I suoi personaggi racchiudono ad esempio dentro di sé un mix di tratti somatici e culture. È evidente. […] Mia figlia, che è indiana, guardando la TV può identificarsi in Katara perché un po’ le somiglia. Anche i suoi amici però possono farlo. Chiunque può farlo.