Applaudito a Cannes dalla critica e attesissimo dal pubblico, arriva nelle sale italiane “This Must Be The Place”, il nuovo film diretto dal regista napoletano Paolo Sorrentino e interpretato da Sean Penn. Già dietro alla macchina da presa in gioiellini come “Le conseguenze dell’amore” e “Il Divo”, Sorrentino si cimenta con la sua prima pellicola in lingua inglese, un lungo viaggio di vendetta che ben presto si trasforma in una sofferta ricerca di se stessi; tematiche lontane da quelle che in passato lo hanno portato al successo, tanto da permettergli di sperimentare con una pellicola tanto eccentrica quanto poetica.

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Protagonista indiscusso è proprio Penn, depresso e fuori dal mondo nel suo abbigliamento nero e anfibi dello stesso colore, capelli cotonati, cerone e rossetto rosso come il cantante dei Cure Robert Smith; una maschera che a malapena riesce a distogliere l’attenzione dagli occhi blu, tristi e spaesati. C’è un altro Oscar, la brava Frances McDormand nei panni dell’amorevole moglie di Penn che fa di tutto per dargli una ragione per andare avanti, giorno dopo giorno. Esordisce sul grande schermo Eve Hewson, figlia della voce degli U2 Bono, mentre fa il suo ritorno Judd Hirsch, candidato come migliore attore non protagonista agli Oscar per “Gente Comune” nel ruolo del cacciatore di nazisti Mordecai Midler.

La rockstar ormai in declino degli anni ottanta Cheyenne (Penn) ha deciso ormai da diversi anni di esiliarsi volontariamente dal mondo della musica nonostante il parere contrario dei fan, passando il tempo tra la grande casa di Dublino insieme alla compagna Jane (McDormand) e le uscite con la giovanissima Mary (Hewson). Quando riceve la notizia del padre, con cui ha ormai troncato i contatti da tanti anni, in fin di vita, l’ex icona e voce dei Fellows decide di volare fino a New York per dargli l’ultimo saluto senza però fare in tempo. Leggendo i diari del genitore defunto, Cheyenne scopre il nome di Aloise Lange, il criminale nazista che l’aveva perseguitato durante la seconda guerra mondiale; senza alcuna esperienza come investigatore e ostacolato dalla sua inesorabile lentezza, si mette dunque alla sua ricerca, durante la quale incontrerà il cacciatore di nazisti Mordecai Midler (Hirsch) che l’aiuterà nel suo piano di vendetta.

Cheyenne è un bambino, o meglio ancora un eterno Peter Pan intrappolato in un corpo che non gli appartiene, costretto a mascherarlo con i baluardi di quella che fu l’epoca d’oro in cui era il re incontrastato del goth; non riesce o meglio non vuole liberarsi della sua immagine per paure di andare avanti, di trovare un nuovo scopo per affrontare il viaggio della vita. Ed è proprio il viaggio a fare da tema, unico e incontrastato filo conduttore della storia raccontata da Sorrentino, un lungo percorso lungo le strade sperdute degli Stati Uniti e nell’anima altrettando desolata del personaggio travagliato e demotivato interpretato da Sean Penn.

Parla lentamente e viaggia alla stessa andatura la ex star della musica, trattenuto dalla paura di crescere e di ritrovarsi di fronte alla necessità di andare avanti; Cheyenne vive in un dramma continuo: quello di staccarsi dal passato e dal dolore nel quale, volente o nolente, ha trovato una sua dimensione esistenziale dalla quale guarda con distacco il mondo che si muove intorno, come uno spettatore che a tratti si concede il lusso di infilare la mano nella quarta parete che lo divide dallo spettacolo che gli scorre davanti agli occhi.

Purtroppo la lentezza di Cheyenne si ripercuote a tratti anche sul ritmo dell’intera pellicola, dando spazio a scene fin troppo introspettive che si trascinano con difficoltà; l’impasse narrativo si bilancia però alla perfezione con i momenti più toccanti dell’ultima fatica di Sorrentino, come i ricordi dell’olocausto del padre di Cheyenne narrati dalla voce fuori campo o le battute comiche della rockstar, involontarie dal punto di vista della rockstar ma divertenti per il pubblico.

Penn si è preso la briga – e come avrebbe detto Fabrizio De Andrè “di certo il gusto” – di interpretare un personaggio scomodo, odiato o amato senza mezzi termini, in un lungo e moderno on the road a suon di musica, proprio come la “This Must Be the Place (Naive Melody)” del titolo cantata da David Byrne dei Talking Heads dei tempi d’oro. Proprio lo stravagante musicista riesce a ritagliarsi una pagina all’interno della pellicola interpretando proprio David Byrne e non se stesso, come da richiesta dello stesso Sorrentino, nei panni di un amico di Cheyenne e dando lo spunto per aggiungere un pezzo al puzzle della vita misteriosa dell’artista.

Non c’è nulla di scontato in “This Must Be The Place” né di dichiarato: è un’elegante scoperta interiore passo dopo passo che solo a prima vista può sembrare superficiale e banale. È elegante, poetico ed estremamente godibile, nonostante il finale fin troppo leggero che rischia di far storcere il naso a più di una persona. Come si suol dire e come scopre anche Cheyenne, è il viaggio la parte più importante e non la meta, conseguenza diretta quanto inevitabile del percorsao compiuto; meglio dunque abbandonarsi all’Odissea americana di questo novello Ulisse dark, lasciandosi trascinare dalla sua ingenuità fanciullesca capace di ammaliare gli spettatori così come i suoi compagni di viaggio lungo le strade della vita.