Le tinture per capelli sono ormai da tempo entrate nei rituali di bellezza di tantissime donne. Capelli più tinti e più belli, ma anche più soggetti ad allergie. Nella società dell’apparenza il bianco naturale è ormai bandito dall’elenco delle variazioni cromatiche che si è disposti ad accettare; infatti sono sempre di più le persone che ricorrono alla tintura, una tendenza che invece di diminuire è in costante aumento, purtroppo spesso a discapito della salute.

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Come sempre non è il caso di cadere in banali generalizzazioni. I campanelli d’allarme suonano già da parecchio tempo, ma oggi se ne aggiunge uno che merita particolare attenzione. A confermare che, anche se non sembra, tinta fa rima con allergia è uno studio del St John’s Institute of Dermatology e del St Thomas’ Hospital di Londra, pubblicato di recente sulla rivista scientifica “British Medical Journal”. La ricerca mette in luce come la parafenilendiammina (solitamente abbreviata con le sigla PPD) e altri composti chimici appartenenti alla famiglia delle ammine aromatiche siano i reagenti più in uso tra i prodotti che ci consentono di colorare i nostri capelli, ma anche come essi siano causa di reazioni allergiche.

A destare preoccupazione è soprattutto il fatto che almeno due terzi delle tinture in commercio contengono queste sostanze. Perché? Per l’efficacia del mix, che può vantare un basso peso molecolare, oltre alla capacità di penetrare nel fusto e nel follicolo del capello, di saper legare le proteine e di formare rapidamente polimeri in presenza di un catalizzatore o di un agente ossidante. In poche parole: grandi performance che però fanno sì che le allergie siano dietro l’angolo.

Eppure c’è chi già chi si è attivato per correre ai ripari. Il monito della scienza è stato recepito da paesi come Germania, Francia e Svezia, dove il PPD è stato messo direttamente al bando. Provvedimenti già vecchi di un secolo, ma che non trovano un equivalente nella legislazione comunitaria. L’Europa si è infatti limitata a imporre delle soglie di tollerabilità stabilite al 6% sul totale della tintura per capelli, il 3% se aggiunto a una soluzione ossidante che agevola la colorazione. Ma del divieto totale nemmeno l’ombra.

È la dura legge del mercato. Se il PPD è ancora vivo e vegeto è perché non è facile trovare un degno sostituto in termini di efficienza e, se la commercializzazione di certi prodotti va a gonfie vele, vige la regola della “squadra buona” che non si cambia. I consumatori aumentano, forse ignari delle possibili conseguenze che vengono invece ricordate dallo studio londinese: dermatite al viso o all’attaccatura dei capelli, ma anche gonfiori che a volte rendono addirittura necessario il ricovero in ospedale.

Ma niente è perduto, infatti non tutte le tinte vengono per nuocere. Inutile dirlo: la soluzione è ricorrere ai composti naturali in crema permanenti. Allo stesso tempo il settore deve accelerare le ricerche per arrivare a prodotti di {#bellezza} per capelli che siano totalmente anallergici. Al di là del culto del bello e delle inesorabili logiche del mercato.