Ha lasciato l’aula del tribunale di Torino rinunciando a esercitare il suo lavoro di interprete pur di non togliere dal capo l’hijab, il tipico velo islamico indossato da moltissime donne, che al contrario di burqua e niquab lascia il volto totalmente scoperto.

La vicenda, svoltasi in un’aula del tribunaledi Torino il 14 ottobre scorso ha come protagonista Fatima M., una giovane donna musulmana che da alcuni mesi lavora come fonica addetta alle registrazioni delle udienze.

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La ragazza, che pratica nella vita quotidiana i dettami dell’Islam, la religione in cui crede, si presta occasionalmente a esercitare la professione di interprete dall’arabo per arrotondare lo stipendio.

Durante un’udienza presieduta dal giudice Giuseppe Casalbore, capo tra le altre cose della prima sezione penale, si è verificato un controverso episodio: il magistrato ha intimato a Fatima, intervenuta in aula per prestare servizio come traduttrice in occasione di un processo per tentata estorsione a carico di un cittadino marocchino, di togliere il velo adducendo come motivazione il non rispetto della legge italiana.

La giovane, non ritenendo giusta la richiesta del giudice, ha dunque preferito abbandonare l’aula, sfogandosi poi con i suoi colleghi:

«Per tutti gli altri giudici questo non è mai stato un problema».

L’obbligo di legge di assistere a un’udienza a capo scoperto deriverebbe dall’articolo 129 del codice di procedura civile, ma il presidente del tribunale di Torino Luciano Panzani ribatte:

«Il rispetto dell’obbligo di assistere a capo scoperto non è mai stato totale. Nessun magistrato ha mai chiesto a una suora di togliere il velo in aula. La norma impone il capo scoperto solo per sottolineare il dovere di presentarsi in modo rispettoso in aula».

Si riaccende dunque il dibattito mai sopito sul diritto delle donne musulmane di indossare liberamente il velo nel nostro paese.

Fonte: Repubblica.