Il rapporto annuale pubblicato nello scorso marzo dall’Osservatorio sul Turismo Procreativo mette in evidenza un fenomeno: le coppie vanno all’estero non sempre per bypassare la legge italiana.

Non fuggono cioè dalla Legge 40, perché molti dei percorsi di procreazione assistita che effettuano all’estero sono consentiti anche in Italia. Le coppie italiane che desiderano avere un bambino e che per motivi diversi non riescono ad appagare questo profondo desiderio di paternità e maternità, si recano oltreconfine anche per l’omologa o le diagnosi reimpianto, che potrebbero effettuare anche in Italia.

Il fatto è che in Italia c’è carenza d’informazione. Gli aspiranti genitori italiani potrebbero ottenere trattamenti di procreazione medicalmente assistita anche nel nostro Paese, ma manca l’informazione e se c’è non è neppure chiara, per cui non si riesce a capire bene cosa prevede la legge Legge 40 sulle norme che regolano la procreazione medicalmente assistita.

In realtà, le coppie italiane vanno all’estero non solo per la fecondazione eterologa e la maternità surrogata. È dunque il caso di fare chiarezza. Le norme sulla procreazione assistita, che in Italia è regolata dalla Legge 40, non impediscono di ricorrere né alla fecondazione omologa né alla diagnosi pre-impianto, ma impediscono la fecondazione eterologa, ovvero il ricorso a spermatozoi estranei alla coppia.

Ecco, quindi, il motivo per cui le coppie in cui uno dei due partner ha una sterilità al 100% si recano in paesi dove è consentita la fecondazione eterologa. Questo è chiaro, ma non è chiaro il motivo per cui vanno all’estero anche per trattamenti omologhi permessi anche in Italia, perché non prevedono l’utilizzo di spermatozoi estranei alla coppia.

Secondo l’indagine dell’Osservatorio, in Italia c’è molta confusione sulla norma che regola la procreazione assistita. Di conseguenza, le coppie che, ad esempio, vogliono ricorrere alla fecondazione omologa per avere un figlio o che hanno bisogno di una diagnosi pre-impianto, non sanno che possono ottenere questi trattamenti senza andare lontano, perché poco o male informate. Si allarghi l’informazione, quindi, e il fenomeno del turismo procreativo non avrà più ragion d’essere. Perché cercare altrove, e con oneri non proprio lievi, quel che si può trovare in casa propria?