Nel 2012 ci sono 65.500 posti di lavoro rimasti vacanti: il 16% del totale. Un paradosso nell’Italia dei senza impiego, dettato dalle complicate condizioni del mercato, dell’economia, del rapporto fra scuola e lavoro, che producono una distorsione fra domanda e offerta e lunghe file per trovare lavoro in alcuni ambiti, e assenza di candidati per altri.

Lo studio di Unioncamere, presentato a Verona in occasione della fiera Job & Orienta, è la dimostrazione di questa situazione che caratterizza la ricerca di lavoro in Italia. Un elenco di professioni che le aziende non riescono a trovare: progettisti meccanici, ricercatori chimici, sviluppatori e progettisti di software (in Lombardia è un dramma: 9 progettisti informatici su 10 sono difficili da trovare), addetti a sportelli bancari, infermieri, moltissime competenze derivanti da titoli di studio medio-alti sembrano essere in via di estinzione.

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Dei quasi 59mila laureati che le imprese volevano assumere nel 2012 con un contratto non stagionale, uno su cinque è risultato introvabile. Ma come è possibile?

Le questioni sono due: da un lato, c’è la spaventosa precarietà delle professioni, di cui, un po’ ipocritamente, le associazioni di categoria non parlano mai, per cui si può anche affermare che c’è un offerta di lavoro che resta inascoltata, ma non si tratta di giovani choosy (per dirla con la Fornero), ma magari proprio di un’offerta contrattualmente così poco attraente da renderla del tutto inaccettabile; dall’altro lato, è vero che in Italia si assiste a una vera e propria concentrazione di attese verso mestieri che sono inevitabilmente al completo – pensiamo all’insegnamento, in un paese in piena denatalità molti giovani si ostinano a pensare di poter puntare sulla scuola – e c’è scarsa aderenza tra la realtà e il lavoro sul curriculum.

La soluzione sarebbe probabilmente investire di più nella formazione continua, e nei progetti di apprendistato, che hanno l’obiettivo proprio di far apprendere un lavoro a chi magari aveva immaginato di farne un altro, come ha spiegato Claudio Gagliardi, segretario generale di Unioncamere:

«È un paradosso che richiede un cambio radicale del mondo della formazione: serve uno sforzo per far sì che tutti i giovani abbiano la possibilità di conoscere dall’interno il mondo dell’impresa e, al tempo stesso, far apprezzare a queste ultime il proprio talento. Anche in Italia, sul modello di quanto accade all’estero, occorre organizzare sistematicamente percorsi di apprendimento in azienda che siano integrati nel percorso formativo.»

fonte: IlSole24Ore