A un anno di distanza da Qualunquemente, Giulio Manfredonia torna a dirigere Antonio Albanese nel sequel della fortunata pellicola dal titolo Tutto Tutto Niente Niente. Una comica e grottesca, ma neanche troppo, istantanea dell’attuale situazione politica e sociale italiana, quella immortalata dalla coppia riformatasi per l’occasione, che porta sul grande schermo un grande circo degli orrori che ogni giorno scorre davanti agli occhi dei suoi cittadini.

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Per Tutto Tutto Niente Niente Antonio Albanese si fa in tre: infatti, oltre a tornare con il personaggio del politico piuttosto disinvolto Cetto La Qualunque, l’attore e comico della provincia di Lecco ma di origini siciliane si cala nei panni del nordico estremista e secessionista Rodolfo Favretto e del pugliese con la passione per le droghe Frengo Stoppato. Al suo fianco, oltre al ritorno degli interpreti del precedente capitolo cinematografico, si ritagliano due posti d’eccezione Fabrizio Bentivoglio, con cui Albanese aveva già condiviso il ruolo di protagonista nel 2000 ne La Lingua del Santo di Carlo Mazzacurati, e Lunetta Savino, nei panni dell’oppressiva e opportunista madre di Frengo.

Tre uomini sono in carcere: diversi sono i motivi che li hanno portati a essere ospiti delle prigioni di stato, ma uno è il destino che li attende. Cetto La Qualunque (Albanese) vuole entrare in Parlamento, neanche la crisi sessuale che l’attanaglia può fargli cambiare idea; Rodolfo Favaretto (Albanese), commerciante di migranti clandestini sogna invece la secessione dal resto del paese per la sua regione; terzo e ultimo è Frengo Stoppato, un uomo stupefacente nel senso più pragmatico del termine che cerca a tutti i costi di sfuggire dalle grinfie della madre (Savino) che, alla ricerca della beatificazione in vita del figliol prodigo, ha tentato anche di candidarlo alle elezioni a sua insaputa. A portarli a Montecitorio è il Sottosegretario (Bentivoglio), colui che muove i fili della politica del bel Paese.

Tra gli stereotipi delle tre incarnazioni di Albanese c’è tutto il marcio possibile immaginabile; se Cetto è ormai entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo nel ruolo del cattivo politico, Olfo è la perfetta immagine dell’esponente estremo del Nord Est italico; neanche Frengo si salva, sebbene tra i suoi “simili” sia quello meno sopra le righe, se non fosse per la pletora di parenti di sesso femminile che gli gira intorno, su tutte una Savino incalzante e fastidiosa, perfettamente entrata nel personaggio cucitole addosso dalla sceneggiatura a quattro mani che porta la filma di Albanese stesso e Piero Guerrera.

Un grande plauso va soprattutto ai costumi e alle scenografie, complici delle atmosfere psichedeliche che avvolgono tutto il film: a partire da Bentivoglio, un Sottosegretario che fa l’occhiolino ai look estremi di Karl Lagerfeld, fino ai costumi da antichi romani con tanto di armature dei parlamentari, è tutto un costante gioco di immagini e sensazioni.

Manfredonia e Albanese ci riprovano, senza però bissare il successo di Qualunquemente, complice senza dubbio anche la mancanza di novità sostanziali capaci di andare oltre alla tripartizione umoristica del suo stesso protagonista. In uno scenario in bilico tra il favolistico e il tragicomico, abitato da creature dai tratti mitologici, Tutto Tutto Niente Niente concede lo spazio per una risata a denti stretti, proponendo uno spaccato dai toni satirici, stupendo solo in parte: la realtà, purtroppamente, non è poi così diversa dalla finzione scenica.