Questo non è un post qualsiasi. Questo è il luogo fisico nel quale, perlomeno virtualmente, darò una forme grafica al fastidio cronico che, nelle ultime settimane avverto aprendo Twitter e scorrendo la mia timeline, luogo di perdizione dei più sopraffini cervelli maschili e, ahimè, femminili.

Tralasciamo a data da destinare il capitolo uomini con le mestruazioni e animi dannati, e affrontiamo, invece, a muso duro e cuore scalzo un tema che tanto mi preme, per non dire mi schiaccia: “la biondezza”. Vi spiego meglio: nella maggior parte dei profili delle grandi piccole influencer presenti sul cinguettante social network, vi è un inciso  che suona più o meno così: “Innanzitutto Biondezza!”*. Ma biondezza de che?

Che vuol dire essere “bionde dentro e fuori”, “bionde totali”, “contemporaneamente bionda e laureata”, “più bionda di come sembro” o ancora “bionda anche se so usare il congiuntivo”. Oh, ma fatemi capire: vi è andata di traverso la Carrà, vi prendete per il culo da sole, o pensate di risultare argutamente ironiche scherzando su un vecchio cliché (quello della bionda oca sexy) che, detto tra noi, dopo Margaret Thatcher, e nonostante Valeria Marini, è bello che andato?

No perché se devo farmi bionda per far la figa su Twitter, mi spiace, ma io non ci sto anzi, piuttosto creo in questo istante il mio esercito di brune con il motto “In principio: Castanità” e vi stendo un’apologia del capello marrone in quattro e quattr’otto a rischio di fare la parte della bruna secchiona e noiosa, perché poi, in fondo, è quello il vostro obiettivo: screditare la banale seppur affascinante chioma né bionda, né nera. O forse, come dice mia nonna, far le sceme per non andar alla guerra. Forse.

E allora sapete che vi dico? Seguo il consiglio di @TweetComici che qualche giorno fa ha scritto: “La bionda colpisce, la mora rapisce, e la furba si fa lo shatush”. Tiè.

*(frase decontestualizzata, tra l’altro, da alcune righe del libro Gli Sfiorati di Sandro Veronesi)

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