Si torna a parlare, nel bene e nel male, dei social network. Questa volta grazie alla provocazione del direttore del New York Times, che dal suo blog lancia un interrogativo semplice ma che nasconde dietro problematiche profonde. Twitter è una trappola?

Bill Keller esordisce descrivendo l’esempio della figlia teenager, che dopo pochissime ore dalla sua iscrizione su Facebook aveva già conquistato un gruzzolo di 171 amicizie virtuali. Questa estrema facilità nel comunicare con le persone, che poi reale comunicazione non è, può essere considerata un bene o un male?

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“Prima di soccombere all’idolatria digitale, dovremmo considerare che l’innovazione avviene spesso a un prezzo. E qualche volta mi chiedo se il prezzo da pagare sia una parte di noi stessi.”

Il tono è abbastanza polemico, e per sottolineare come i social network limitino le capacità cognitive dei ragazzi, Keller propone un paio di esempi esaustivi citando come l’uso della calcolatrice riduca inevitabilmente la capacità di fare i conti mentalmente, oppure come il navigatore satellitare ci impedisca ormai di memorizzare percorsi e aree geografiche.

Ma questo colpevolizzare i social network per la carente predisposizione dei giovanissimi verso la fatica, anche mentale, e lo studio, non sarà forse troppo limitativo? Un’eventuale incapacità da parte degli adolescenti di valutare un comportamento, o un intervento su Facebook, ad esempio, non è da attribuire al sistema stesso. Le tecnologie di per se non influiscono negativamente sulla mente umana, ma tutto dipende dall’uso che se ne fa.

Ciò non toglie, tuttavia, che la supervisione degli adulti non sia necessaria, soprattutto tenendo conto dei rischi ai quali si può andare incontro entrando in contatto con persone sconosciute, oppure partecipando a iniziative da condannare a priori come l’ultimo episodio accaduto a una giovane studentessa disabile a Milano, oggetto di pesanti insulti e offese da parte di un gruppo di coetanei proprio su Facebook.

In casi come questi, la tentazione di bandire i social network dai PC dei giovanissimi è tanta, ma probabilmente non basterebbe a evitare episodi di bullismo e prevaricazione, virtuale o reale che sia.