Primo marzo, lunedì. Inizio mese e inizio settimana, giorno ideale per sperare anche nell’inizio di una nuova e vera integrazione.

Con questo auspicio, si terrà oggi a Roma e in altre cinquantanove piazze italiane “Un giorno senza immigrati“, il primo “sciopero nazionale” degli stranieri per dare a chi spesso e volentieri sembra invisibile la possibilità di far sentire la propria voce e di far vedere il proprio volto.

Questa manifestazione, che si terrà anche in altri paesi come Francia, Grecia e Spagna, nasce come risposta all’atteggiamento che spesso e volentieri viene riservato a chi viene da altri paesi: l’indifferenza.

Ed è effettivamente difficile sostenere che non si tenda a riservare agli immigrati un atteggiamento che spesso sfiora la volontà d’ignorare semplicemente la loro presenza.

Se così non fosse non si spiegherebbero fenomeni alquanto “strani” che si verificano ogni giorno nelle noste strade o, per esempio, sui nostri mezzi pubblici.

Per verificarlo di persona provate a prestare attenzione a quello che accade attorno a voi, la prossima volta, e a chiedervi come mai nove volte su dieci se una persona anziana ma di colore, o ROM, o slava, sale su di un mezzo pubblico nessuno fa il gesto di cedere il proprio posto.

Stesso dicasi per le donne in dolce attesa.

Quindi mi chiedo, come può un popolo che ultimamente sta dando il peggio di sé, i cui figli si divertono a dare fuoco ai barboni, in cui lo sport nazionale sembra essere quello di cercare un capro espiatorio per le proprie colpe e in cui il concetto di rispetto o di accoglienza o di solidarietà viene visto come qualcosa di retorico o di “buonista”, accusare altri popoli di essere incivili?

Cosa rende noi un popolo civile?

Aver avuto la fortuna di nascere in un paese non coinvolto in una guerra non ci rende civili.

Non essere costretti ad espatriare per sfuggire a delle persecuzioni non ci rende civili.

Avere la pelle bianca non ci rende civili.

La sensazione è che spesso e volentieri accusare l’altro, mettere in evidenza le sue mancanze e le sue colpe ci faccia sentire meglio, e ci aiuti a perdonarci.

Che poi, dovremmo stare attenti a giocare al gioco delle categorie… visto che, in quanto italiani, il mondo ce ne riserva due o tre veramente niente male.

Anche perché basta varcare un confine, una stupida linea su una stupida cartina, e non sono più loro a riempire le nostre piazze ma siamo noi, immigrati, a manifestare nelle loro piazze, quelle di paesi più ricchi, più civili, dove molti di noi sono emigrati nella speranza di un lavoro.

Non tutti i nostri emigranti sono Al Capone e l’abbiamo sempre gridato con forza.

Oggi, per una volta, invece, proviamo ad ascoltare.