Chi sono quelli che stanno ore davanti al tribunale di Milano per urlare il loro sostegno a Silvio Berlusconi? Quali ragioni li spinge, e cosa sanno veramente di quei processi? In molti se lo chiedono, ma uno studente di sociologia della Bicocca di Milano ha fatto di più: si è infiltrato per settimane nella claque pro-Silvio prendendo appunti come un etnografo.

Le osservazioni del 24enne Massimiliano Mesenasco sono finite in un servizio del settimanale “l’Espresso” che racconta dal di dentro quel che finora abbiamo visto soltanto da fuori: lo show al processo Mediatrade, quello su Ruby Rubacuori.

Galleria di immagini: Silvio Berlusconi al Processo Mediatrade

Tra i sospetti principali, fondamentalmente confermati anche dagli stessi organizzatori, è che la gente accorsa ai gazebo fosse pagata, ma allo studente interessa maggiormente, fin dalla prima osservazione in febbraio, la composizione sociale:

“Parlando con quasi tutti ho verificato la loro istruzione (in generale medio-bassa) e la loro condizione sociale: si tratta per lo più di pensionati e disoccupati. La maggior parte si muove in gruppetti, pochi sono i cani sciolti. Ci sono poi due signore (una sui 50 anni e una sui 25) che passano con una cartellina prendendo nomi e indirizzi di alcuni presenti. […] L’impressione è che ci siano due livelli di supporter: quelli più importanti, di rango, a capo dei gruppetti, e i semplici manifestanti.”

Una volta ambientato, lo studio del giovane sociologo è passato alla relazione con queste persone, facendo delle domande. E qui la prima annotazione inquietante: in pochi parlano, per paura che lo sconosciuto sia un giornalista, e quelli che parlano, sempre gli stessi, dicono esattamente le stesse cose:

“Siamo liberi cittadini, che spontaneamente si sono mobilitati liberamente in difesa del premier. I due aggettivi (spontaneo e libero) venivano ripetuti continuamente dai pochissimi che accettavano di parlare. Gli altri discorsi dei sostenitori erano sempre molto simili tra loro: “Berlusconi ha abbassato le tasse, i comunisti le hanno alzate. Prodi ci ha fatto entrare nell’euro (vista come una cosa negativa). Noi abbiamo vinto le elezioni e adesso devono sconfiggerci alle urne. Prima parlavano dell’amore libero, adesso fanno i bacchettoni.”

Tra teorie un po’ strampalate (i corsi dell’Unione Sovietica per influenzare la magistratura) e un anti-comunismo viscerale, qualche giorno fa l’infiltrato ha deciso di spacciarsi per tesserato del Pdl. È qui che sente l’espressione “basta che paghino“:

“[…] Ho intuito che però le motivazioni della presenza quotidiana di alcuni sono diverse: è stato quando ho sentito parlare di “premio” e di “incentivazione”. Lunedì 4 aprile, giorno del processo Mediatrade, un uomo sulla sessantina, in giacca e cravatta, con i baffetti, si è avvicinato al gruppo che presidiava il semaforo antistante il gazebo e ha detto: “Lunedì prossimo vi spostate ai punti della campagna elettorale della Letizia Moratti”. E uno di loro ha risposto: “Quello che vuoi, basta che paghino”.

Come giudicare questa osservazione? La verità è che molti elementi, come un certo conformismo, la differenza tra organizzatori e semplici sostenitori, è tipica di qualunque manifestazione di partito, così come la zona grigia tra ideale e convenienza in parecchie delle persone che vi partecipano.

Altri elementi, invece, sembrano essere originali rispetto a tutti i gazebo d’Italia. Ma per comprenderlo meglio ci vorrebbe davvero uno studio antropologico. Senz’altro, anche questo articolo accenderà gli animi in un clima politico, dentro e fuori il Parlamento, che assomiglia sempre più pericolosamente al tifo da stadio.