Chiudere i punti nascita troppo limitati, con circa 500 nascite all’anno e almeno un parto su dieci che avviene in condizioni inadeguate. Ad auspicarlo sono i ginecologi italiani riuniti nel congresso nazionale della Sigo: il motivo? Troppi rischi per le madri e per i neonati.

Dal congresso nazionale della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia arrivano informazioni poco rassicuranti riguardo la situazione delle nascite in Italia, dove esistono ospedali e strutture sanitarie di piccole dimensioni e comunque abilitate. Meno tecnologie sofisticate, meno professionisti e molti più rischi per mamme e bambini.

La proposta è quindi quella di chiudere le piccole strutture che non possono garantire il rispetto di alcune norme decisamente importanti per la sicurezza della partoriente e del neonato. Nelle strutture più ampie, quelle dove ogni anno nascono più di 500 bimbi, è infatti fondamentale la presenza di una guardia medica 24 ore su 24, come anche di un ginecologo, anestesista e ostetrica. Basta pensare alla situazione in Sicilia, dove è al varo un decreto che proporrà la chiusura di poco meno di 30 punti nascita non idonei.

Sono gli stessi ginecologi a promuovere una campagna informativa diretta alle donne che devono selezionare la struttura dove partorire, una scelta che non dovrebbe tenere conto della vicinanza da casa quanto di altri aspetti fondamentali per il benessere e la salute del nascituro.

Ma ecco un altro dato interessante: nelle piccole strutture la percentuale delle nascite che avviene con taglio cesareo è sorprendente, eccessiva, tanto da sfiorare il 50% dei parti totali, come spiega il presidente della Sigo Nicola Surico.

“Fare 500 parti vuol dire avere almeno il 50 per cento di cesarei. Inoltre, questi punti nascita non hanno una guardia ostetrica permanente, con il neonatologo e l’anestesista. Bisogna fare informazione e spiegare alle donne che un punto nascita più grande garantisce una qualità maggiore per madre e figlio, grazie anche a tecnologie complesse che non tutti gli ospedali sono in grado di permettersi. Mantenere punti nascita con 38 o 60 nascite all’anno, come accade in Sardegna, è rischioso e improduttivo”.

Fonte: La Repubblica