Questo post l’ho scritto nella mia testa alle 3 della scorsa notte, mentre la mia dolce cara metà virulenta (38 di febbre) ronfava alternando a grossi sospiri un a dir poco spiacevole lamento difficilmente riproducibile con la tastiera del computer, ma che suonava più o meno così “mmmmmmmmmmmm”, “eeeeeeeeehm”, “mmmmmmmmmmmm”, “eeeeeeeeeeehm”. Per tutta la notte. Senza sosta. Alla mia innocente richiesta “puoi soffrire in silenzio per favore?”, mi è stato risposto “Allora finiscimi”. In quel momento, l’avrei ubbidientemente preso alla lettera.

Tutto ruota intorno al solito vecchio discorso della stoica capacità di sopportazione del dolore delle donne, e delle scarse potenzialità maschili di reggere una semplice influenza, piccola tragedia personale per un uomo che si vanta di essere soprannominato “la Roccia”, ma che al primo colpo di tosse diventa un orsacchiotto.

La suddetta roccia ha il termometro più veloce del West, lo tira fuori dalla custodia in un decimo di secondo, lo sbatte con velocità supersonica (è ancora il vecchio termometro a mercurio) e lo infila sotto l’ascella. Non aspetta i canonici cinque minuti, sarebbe troppa l’attesa, ne bastano tre e se la temperatura è scesa sotto i 37, è solo perché il termometro è impazzito, e non perché c’è una remota possibilità che la malattia abbia finalmente terminato il suo corso. Naturalmente la fatidica misurazione va effettuata ogni dieci minuti perché è indispensabile monitorare l’influenza e stendere un approfondito report telefonico alla mamma, giusto per non darle troppo pensiero.

Ha dolori articolari, ma non dei normali dolori articolari da 38 di febbre: i suoi sono sicuramente più forti di quelli provati da noi comuni mortali; ha i linfonodi gonfi, e anche se non è vero, è inutile contraddirlo perchè l’unica certezza che ha acquisito in 30 anni di vita è che quando si ammala ha inevitabilmente le ghiandole gonfie sotto le orecchie. La mia roccia…

E ora speriamo che non legga ciò che ho scritto, perché altrimenti domani inizierò la rubrica “vita da single”. Vado a cerare una farmacia di turno. Saluti.