Quest’anno non è andata come si sperava per i film italiani in concorso alla 66esima mostra del cinema di Venezia.

Eppure i registi in concorso c’erano, ed erano pure grossi nomi: a parte Giuseppe Tornatore con Baharìa, sul quale io personalmente avevo scommesso, e che ha avuto pure il plauso del premier Silvio Berlusconi, deponeva bene anche Lo spazio bianco della Comencini, dietro al quale si cela il romanzo omonimo di Valeria Parrella.

E poi c’era Il grande sogno di Placido. Vabbene che l’ormai completamente canuto ma sempre fascinoso regista s’è fatto notare più per le polemiche sollevate che altro, e va bene pure che questo film sapeva di già visto lontano un miglio, però c’era il valore aggiunto di una vaga vena autobiografica.

E un cast con due giovani e belli che stanno già facendo fare il pieno nelle sale, oltre che con Jasmine Trinca, che non a caso è stata l’unica italiana premiata.

Non voglio discutere sui vincitori, anche perché non ho ancora visto i film, ma mi chiedo: non sarà che, come ha dichiarato Carlo Verdone, i film italiani restano sempre bloccati in una dimensione “condominiale”? Che “non siamo un paese europeo che pensa in modo europeo”?

E non sarà che, come ha detto Sergio Castellitto, c’era una “diffusa arroganza” di partenza, per cui pareva che i film italiani dovessero vincere per forza?

Insomma, il tutto non dà un po’ come l’impressione che ce la suoniamo e ce la cantiamo da soli? Se lo chiede una che si nutre da anni del cinema italiano d’autore, e molto raramente vede kolossal americani.

Non potrò mai dimenticare una conversazione avuta tempo fa con un’amica spagnola, che mi chiese: “Ma in Italia il cinema come sta messo? Non so nemmeno il nome di un film famoso”.

La sua memoria storica in materia si fermava a Nuovo Cinema Paradiso. D’accordo, magari era lei poco informata. Però il dubbio un po’ mi viene. Che, alle volte, magari siamo un po’ presuntuosetti.

Il vero verdetto, comunque, si sa, spetta sempre al pubblico: ai botteghini, dunque, l’aruda sentenza.