Clamore, stupore, rabbia, disgusto, incredulità e tanto altro ancora sono i sentimenti che nascono dalla visione dell’ormai celebre video della rissa di Bollate, il litigio sorto per più che futili motivi davanti ad un istituto del milanese tra due ragazzine di 15-16 anni.

Nel giro di un paio di giorni si è letto di tutto a riguardo: c’è chi difende la “bulla” in questione, c’è chi la accusa di violenza gratuita, c’è chi si è limitato a guardare e non commentare proprio come coloro che, inermi, davanti alla scena si sono limitati ad osservare e riprendere con la telecamerina del proprio smartphone.

Facebook come il resto di Internet, però, si sa, dà la possibilità a tutti di esprimersi. Purtroppo. Dico purtroppo perché a volte bisognerebbe imparare a contenersi, perché un mezzo di comunicazione così potente dovrebbe essere usato solo dopo un esame teorico e pratico, come fosse un’automobile. La patente di navigazione sul web, ecco cosa servirebbe.

Perché dico questo? Perché vedo rispondere alla violenza con altra violenza. Non per forza fisica, ma verbale, psicologica. Perché la potrei definire solo violenza quella che vedo pubblicata su alcune pagine Facebook dedicare a “La Giovii” (questo il suo nome sui Social Network), la picchiatrice del caso Bollate, colei che, nonostante tutto, ha ammesso di non essersi pentita di aver preso a calci la testa di una sua coetanea, colei che adesso, in tanti, vorrebbero prendere a schiaffi abbassandosi al suo stesso becero livello.

Nascono così pagine come “Conto la Giovii”, “Tutta l’Italia contro la Giovii”, “Giovii detta la Bitch, “La Giovii puttana”; all’interno delle informazioni di ciascuna pagina commenti quali “La troia deve crepare”, “La Giovii animale domestico”, “Quella troia deve pagare le conseguenze”.

Quindi, fatemi capire, per “raddrizzare” una bulla, bisogna renderla vittima di bullismo? Per aiutare a migliorare una persona, è necessario essere peggio di lei? E pensare che dietro le nostre tastiere ci sono tanti genitori o potenziali tali, mi mette i brividi.