La villocentesi, o prelievo dei villi coriali, è un esame clinico invasivo che si svolge in gravidanza e permette di scoprire eventuali malattie cromosomiche o genetiche del feto.

Come funziona la villocentesi

Durante l’esame vengono prelevati frammenti di tessuto coriale, che è una componente della placenta. Nella maggior parte dei casi questo prelievo avviene per via transaddominale, inserendo cioè un ago nell’addome della donna sotto diretto controllo ecografico, anche se una metodologia meno diffusa prevede il prelievo per via transcervicale, attraverso la cervice uterina.

Il prelievo di villi coriali viene effettuato mediamente tra le 11 e le 13 settimane di gravidanza, anche se si può eseguire fin dalla decima settimana: quella della villocentesi, dunque, è una diagnosi precoce rispetto a quella dell’amniocentesi, che si svolge di solito tra le 16 e le 18 settimane.

Perché si fa la villocentesi

A seconda dei test effettuati sul materiale prelevato, si possono scoprire diverse informazioni. L’informazione più richiesta dai futuri genitori è sul numero e la struttura dei cromosomi, che serve a diagnosticare eventuali anomalie come per esempio la sindrome di Down, ma grazie alla villocentesi si possono individuare anche malattie genetiche come la fibrosi cistica, l’emofilia e la talassemia, nonché stabilire la paternità del feto.

Questo esame viene proposto alle future mamme con elevato rischio di anomalie cromosomiche fetali e di malattie genetiche, e in questi casi si svolge gratuitamente presso le strutture del Sistema sanitario nazionale. Presso le strutture private, invece, il costo medio varia da 1000 a 1700 euro.

Rischi e affidabilità della villocentesi

Dopo una villocentesi, per il feto i rischi di perdita, cioè di un aborto, sono dell’1-2%, anche se recenti studi calcolano una possibilità su 1000 procedure eseguite. Il rischio di malformazioni fetali, invece, si presenta in pochi casi e tutti eseguiti in un momento precoce nella gravidanza, a embriogenesi non conclusa. I rischi materni sono rari.

L’esame è affidabile: solo nell’1-2% dei casi si è verificato un prelievo fallito o un risultato dubbio che hanno richiesto nuovi accertamenti.