In un’immaginaria isola siciliana, nel XIX secolo, Angela è continuamente rimproverata da un padre padrone che la maltratta per il solo fatto di essere nata femmina. La bambina, però, sveglia e fantasiosa, continua a vivere la sua infanzia vivace con i suoi compagni di gioco, tra cui Sara, delicata e affettuosa, che le sarà amica anche durante l’adolescenza.

Ma tra le due ragazze col tempo nasce l’amore, che inizialmente è mal visto dal paese e soprattutto dalla famiglia di Angela. Così il padre, dopo averla tenuta segregata per punizione per diversi giorni, decide che ella può vivere la sua storia d’amore solo se si “trasforma” in uomo, indossando abiti maschili, tagliandosi i capelli e lavorando con lui nella sua cava di tufo. Il legame con Sara continuerà a gonfie vele, ma i momenti drammatici saranno dietro l’angolo.

Diretto da Donatella Maiorca, “Viola di mare” non è un film atipico. C’è già un precedente, ossia, “Immacolata e Concetta, l’altra gelosia” la storia di due donne che si scoprono innamorate l’una dell’altra, nella Napoli di fine anni Settanta e dei pettegolezzi e delle malelingue dei vicoli di quartiere.

Ma “Viola di mare” ricorda anche il motivo di partenza della trama di Lady Oscar, noto e amatissimo cartone animato giapponese, in cui una ragazza è costretta a vivere da uomo per volere del padre, che non ha accettato la sua natura di donna. Però, siccome nei titoli di coda del film si dice che la vicenda di Angela e Sara sia tratta da una storia vera, tralasciamo i paragoni.

Questo film mostra dei punti di forza, ma anche di debolezza e non sono pochi. Infatti, se da un lato la storia è interessante e scorre catturando l’attenzione dello spettatore, senza avere momenti di lentezza né cedimenti nella trama, da un altro ha dei buchi nello svolgersi degli eventi che sfociano nella superficialità. Infatti, appare molto sbrigativo il modo in cui le due donne coronano il loro sogno d’amore (e come potrebbe avvenire così facilmente, dopo tutte le difficoltà da superare nel loro ambiente retrogrado?).

Inoltre, il personaggio di Sara, Isabella Ragonese, appare un po’ infantile, specie nei movimenti e nelle espressioni. Trascurando le scene d’amore tra le protagoniste, significative alla storia, ma non tutte utili, un’altra debolezza, anzi, quella maggiore, è il modo di riprendere da parte degli operatori.

Le immagini tremano e le inquadrature non sempre mettono a fuoco i soggetti protagonisti delle scene o i particolari importanti come contorno delle stesse. L’effetto che si crea, quindi, è piuttosto fastidioso e, sinceramente, da far venire mal di testa a chi guarda questo film.

Come punti di forza ci sono le interpretazioni di Valeria Solarino, che, con il suo viso androgino, riesce a mostrarsi convincente e a far focalizzare il film su di sé, e soprattutto di Ennio Fantistichini (il padre padrone di Angela), che rende bene l’espressività di una personaggio sgradevole, perfido e arretrato. Da segnalare anche la colonna sonora -ottima- di Gianna Nannini e la presenza di Mariagrazia Cucinotta, che del film è anche la produttrice.