La violenza sulle donne parte dalle parole; e prima ancora dai concetti. Dietro ogni strumentalizzazione del corpo femminile c’è un sottofondo rumoroso che alimenta il chiasso dei soprusi; dietro a ogni retaggio culturale ci sono parole e immagini che inculcano una forma mentis deleterea e medievaleggiante, dura a morire.

Questa forma mentis serpeggia, spesso silenziosa, a contaminare le coscienze. Il lavorio è tanto sotterraneo quanto fastidioso. E così capita che certe libertà diventino inconsce e, non solo “normali”, ma anche legittime. Accade ad esempio con il corpo femminile, additato, demonizzato, esaltato, strumentalizzato e infine “volgarizzato” a fasi alterne.

Accade nei programmi televisivi, sulle copertine dei giornali, sui muri per strada, talvolta con un comune denominatore: la pubblicità. Mi sono spesso chiesta cosa significhi davvero essere volgare, e altrettanto spesso la risposta mi è arrivata proprio da spot e cartelloni.

Cos’è la volgarità? Bè, non è un vestito (o un non-vestito) a mio parere; e non è nemmeno un ipotetico nudo; volgarità è trasformare il corpo in un mero mezzo per arrivare ad altro, volgarità è vestire il corpo del significato mefistofelico della tentazione, volgarità è una posizione, un atteggiamento, una malizia fuori luogo. E di questi concetti le nostre pubblicità sono piene.

In realtà la battaglia contro l’uso improprio del corpo femminile nelle pubblicità va avanti da tempo; Lorella Zanardo già qualche anno fa aveva portato il problema all’attenzione dell’opinione pubblica con il suo documentario “Il corpo delle donne” e con la conseguente campagna di sensibilizzazione. La Rete è piena di riflessioni sull’argomento.

Fiumi di parole si sprecano, ma di fatto non cambia mai nulla: quando un corpo femminile svestito sarebbe legittimo e non ipocrita (ad esempio per pubblicizzare biancheria intima), viene attaccato come inopportuno e immorale; quando il corpo femminile è maliziosamente esposto senza un motivo apparente, l’unica reazione è quella degli automobilisti che sbandano per guardare due ritocchi di photoshop su un cartellone.

Accoglierei dunque con gaudio, anche se al contempo con riserva, la proposta del Ministro Idem di multare le pubblicità offensive per le donne; l’eventuale provvedimento avrebbe due conseguenze virtuose: minare la persistenza di concetti, immagini e parole che concorrono a creare quel fastidioso, sotterraneo e strisciante lavorio di cui sopra; e raccogliere fondi per i centri che lavorano contro la violenza sulle donne.

Ecco però le perplessità: chi deciderebbe quali pubblicità risultano offensive? Donne? Uomini? Una commissione garantista per cui spendere ulteriori fondi? E con quali criteri? Perchè se per allontanarci dalla volgarizzazione cadiamo nell’ipocrisia, non facciamo nessun passo in avanti. Perchè non aiuteremmo proprio nessuno a normalizzare la bellezza del corpo femminile in quanto tale, e non in quanto mero oggetto di un malsano desiderio infestante.

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