Valentina detta Virginia, la monaca di Monza. Quando l’ultima volta che mi ha visto uscire scollata il mio uomo mi ha detto “Io non ti faccio più metter piede fuori casa”, non credevo fosse serio. E invece eccomi, donna in clausura, ad aspettare che qualcuno mi restituisca la libertà. Prigioniera di una gabbia che, me tapina, mi sono costruita da sola.

Tutto è iniziato così:

15 gennaio, ore 07:20, pianerottolo di casa: il mio fidanzato, nonché convivente, esce per andare a lavoro. Non chiude, consciamente, la porta d’ingresso pensando che sia molto più sicuro lasciare la serratura aperta e darmi in pasto a delinquenti vari ed eventuali, piuttosto che rischiare che io rimanga chiusa dentro impossibilitata, per qualche oscuro, motivo ad aprire la fatidica porta.

15 gennaio, ore 09:25, soglia di casa: la sottoscritta esce e si accorge di aver tranquillamente girovagato per il suo appartamento in mutande, conscia del fatto di essere al sicuro circondata dalle quattro calde mura di casa, con la serratura di una, a questo punto inutilissima, porta di casa lasciata aperta.

15 gennaio, ore 09:26, marciapiede milanese: la sottoscritta urla per telefono al suddetto convivente di non lasciarla mai più da sola in casa con la porta aperta. Lei, che ha paura di zingari, violentatori, animali vivi, animali morti, ladri, nani e ciarlatani, non può concepire di esser lasciata proprio dal suo fidanzato alla mercé di questo mondo cattivo cattivo.

15 gennaio, ore 09:32, interno ufficio: dopo ben sei deliranti minuti di pesantissimi insulti da parte della sua ragazza, lui si discolpa dicendo: “metti che accade qualsiasi cosa e non trovi le chiavi, o la serratura è bloccata cosa fai? Rimani bloccata in casa? Risposta: “Abitiamo al piano rialzato, esco dalla finestra“. Telefonata conclusa.

LA MATTINA DOPO:

16 gennaio, ore 07:20, pianerottolo di casa: sempre lui esce di casa, memore del simpatico dialogo intrattenuto con la sua dolce metà la mattina precedente, chiude la porta di casa con ben quattro mandate.

16 gennaio, ore 10:00, salotto: la sottoscritta, pronta a firmare una raccomandata, fa per uscire di casa, ma la porta… non si apre. Panico. La chiave entra e non gira. Né a destra, né a sinistra.

Le tre ore successive sono trascorse tra consigli di fidanzato impossibilitato a raggiungerti, mamma, fabbro, suocera, proprietario di casa, ancora mamma, ancora fidanzato, segreteria telefonica dell’amica con altro mazzo di chiavi, vicina di casa fermata urlando dalla finestra, ancora fabbro.

Risultato? Sono le 14:09 e la sottoscritta scrive questo post reclusa coercitivamente dal compagno il quale, naturalmente, alla notizia della “clausura” le ha pronunciato quella fatidica frase che, chissà per quale motivo, solo mamme e fidanzato riescono a pronunciare con quella voce gelida, distaccata, tagliente come una lama: “Te-l’avevo-detto”.