A tre anni dall’ultima fatica, Motel Woodstock, il regista di Taiwan Ang Lee torna sul grande schermo con Vita di Pi, trasposizione cinematografica del successo letterario omonimo dello scrittore canadese Yann Martel. Con una storia in equilibrio sulla sottile linea che divide le atmosfere avventurose dalla ricerca filosofica e spirituale, Lee approda nel mondo del 3D consentendo agli spettatori di tuffarsi in un mondo fantastico, denso di emozioni e sentimenti.

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Galleria di immagini: Vita di Pi

Per il complesso ruolo del giovane Pi Patel, il regista ha scelto l’esordiente diciassettenne Suraj Sharma, affiancato dalla versione adulta di Irrfan Khan. Non mancano poi le presenze di Rafe Spall, visto nel recente Prometheus di Ridley Scott, e Adil Hussain, mentre Gérard Depardieu si ritaglia una breve ma significativa apparizione nel ruolo del cuoco a bordo della nave che trasporta la famiglia di Pi e i loro animali.

Pi Patel è un ragazzo indiano, figlio del proprietario di uno zoo; il suo stretto rapporto con gli animali s’interrompe quando la famiglia è costretta a vendere l’attività per trasferirsi in Canada, dove alcuni degli animali saranno affidati ad altri parchi. Durante il viaggio, però, accade un grave incidente: la nave su cui viaggiano affonda: unici due superstiti sono Pi e la tigre del Bengala Richard Parker. Saranno 227 lunghissimi giorni, vissuti dal giovane e dal feroce animale su una scialuppa di salvataggio, in balia dell’oceano e scanditi dal particolare rapporto che tra i due si crea col passare del tempo.

Come un quadro di un grande pittore, un’opera d’arte vera e propria, l’ultima prova da regista di Ang Lee si lascia apprezzare dalla mente come dagli occhi, proponendo uno spettacolo in grado di coinvolgere l’intera platea. Una tigre e un ragazzo s’incontrano e si scontrano nello spazio ristretto di una scialuppa, inglobata nell’immensità dell’oceano: due realtà in netto contrasto che insieme formano la fonte di vita e il pericolo di morte di entrambi nel lungo viaggio verso la salvezza.

Punto di forza assoluto, oltre ovviamente a una base di grande successo come quella del romanzo di Martel, è l’uso della computer grafica; infatti, è grazie al lavoro di Bill Westernhofer se la gigantesca tigre Richard Parker risulta così reale ed espressiva, frutto dello studio di ben quattro esemplari diversi incontrati e catturati – graficamente parlando – tra Canada e Francia. Di grande impatto sono anche le scene dedicate alle tempeste oceaniche, riprese in quello che è il più grande serbatoio dedicato esclusivamente alla ripresa di film.

Onirico e fantastico al punto giusto, Vita di Pi affronta un’esperienza forte e devastante con un fascino e una capacità di saper cogliere l’attenzione dello spettatore a dir poco magnetica. Impreziosito da scenografia e fotografia dal gusto elegante e al contempo intrigante, il film riesce a integrare alla perfezione la cruda realtà dei fatti, resa ancora più credibile dall’intensa prova attoriale del giovane Sharma, al viaggio introspettivo dello stesso protagonista in un epilogo tragico quanto intenso, da scoprire minuto dopo minuto sul filo della terza dimensione: quella del 3D che arricchisce l’esperienza sensoriale offerta dalla pellicola.